L’annuncio di Amikam Norkim, comandante dell’aeronautica militare israeliana, sull’uso degli F-35 contro le basi iraniane in Siria, ha un significato molto ampio, non solo militare ma anche politico.

Come scritto da Paolo Mauri su questa testata, l’aeronautica israeliana (Iaf) “ha ricevuto sino ad oggi nove F-35 “Lightning II” – ribattezzati “Adir” da Israele – assegnati al 140esimo stormo “Golden Eagle” che ha sede presso la base aerea di Nevatim”. Di questi, cinque hanno ricevuto la  Initial Operational Capability (Ioc) e sono dunque già pronti per partecipare a missioni operative. 

Non una potenza di fuoco così ampia come si poteva credere. Ma il messaggio mandato dall’aeronautica israeliana è chiarissimo: Israele è il primo Paese ad aver utilizzato gli F-35 in missione operativa. E non a caso, quel messaggio è stato recapitato durante una conferenza stampa in cui erano presenti comandanti delle forze aeree di 20 Paesi diversi. 

Il messaggio all’Iran

Come scrive Haaretz, non tutte le missioni in cui l’aviazione israeliana ha usato gli F-35 avevano bisogno delle loro capacità stealth. Pensiamo ad esempio agli attacchi contro i tunnel di Hamas, che la Iaf ha dichiarato essere stati compiuti con i nuovi velivoli.

Hamas non ha radar né tali capacità di difesa da essere obbligatorio l’uso della tecnologia dei nuovi aerei Lockheed Martin. E infatti, fino ad oggi, Israele ha usato senza problemi altri caccia per le missioni di bombardamento nella Striscia di Gaza. Tuttavia, utilizzarli contro gli obiettivi dell’organizzazione palestinese serviva come processo di crescita.

In sostanza, si è trattato di una sorta di addestramento a fuoco vivo. Israele doveva testare i nuovi aerei e doveva far capire alle forze avversarie del nord (Siria , Iran ed Hezbollah) di essere in grado di colpire con gli F-35.

Da quello che risulta, l’aeronautica israeliana non aveva intenzione di utilizzare gli F-35 in questa prima parte del 2018. Ma la crescente forza militare iraniana in Siria ha fatto sì che a Tel Aviv decidessero di dare un segnale a Teheran mostrando di essere pronti ad alzare il livello dello scontro. A questo, va aggiunto anche la notizia dell’F-16 israeliano abbattuto in Siria durante uno dei primi raid del 2018. Un’immagine che dimostrò come le capacità della contraerea siriana fossero estremamente più valide di quanto si aspettassero i vertici della Difesa israeliana.

Non va poi sottovalutata l’importanza dei sistemi di difesa della Russia presenti in Siria. Israele e Russia condividono una linea di comunicazione militare che evita qualsiasi tipo di scontro in territorio siriano. Ma è evidente che i sistemi russi, in particolare il possibile arrivo degli S-400, ha posto in serio pericolo la capacità operativa degli aerei israeliani. Che infatti, anche questa volta, hanno colpito dai cieli del Libano: non sono entrati in Siria. 

Uno spot per la Lockheed Martin

Ma non ci sono solo questioni militari e strategiche al’interno dell’annuncio di Norkin. Come spiegato da Anshel Pfeffer, Israele fu la prima nazione a utilizzare i principali caccia americani in operazioni di guerra: l’F-15 e l’F-16. Il loro successo operativo, testimoniato dalle azioni israeliani in Medio Oriente, ha contribuito ad aumentare le vendite in molti Stati.

Di fatto, le azioni della Fionda di Davide sono diventate anche degli spot pubblicitari. E non è un caso che alla conferenza fosse ospite anche il Ceo di Lockheed Martin, Marillyn Hewson.

La notizia che gli F-35 siano stati testati con successo in battaglia, rappresenta un ottimo punto a favore del colosso americano delle armi. E lo ha confermato ad Haaretz anche un ufficiale dell’aviazione israeliana: “Lockheed Martin aveva bisogno di questa spinta”, ha detto. “È per questo che sono stati disposti a fare tutto ciò che chiedevamo e a portare gli aerei in Israele prima di qualsiasi altro acquirente”.

In guerra, del resto, c’è anche questo. L’industria bellica ha assunto nel corso degli anni un ruolo di primo piano. E gli Stati Uniti, alleati di Israele, hanno da sempre puntato sull’esportazione dei propri mezzi come strumento economico ma anche politico. 

Donald Trump, da quando ha assunto la carica di presidente, non ha mai nascosto di considerare i contratti per la vendita di armi come un volano fondamentale di crescita per gli Stati Uniti. E dall’inizio della nuova amministrazione, sono molti i governi alleati di Washington ad aver aumentato sia le spese militari che l’acquisto di mezzi dalle aziende americane. 

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