La guerra scatenata da Usa e Israele all’Iran prosegue e, dopo che il 28 febbraio scorso Washington e Tel Aviv hanno scatenato sulla Repubblica Islamica un’imponente potenza di fuoco (ineguagliata dall’assalto all’Iraq degli Usa nel 2003), sta emergendo uno scenario in cui allo strapotere tattico degli alleati non sta corrispondendo, però, un raggiungimento degli obiettivi strategici. E, anzi, forse tali obiettivi non paiono nemmeno chiari e modulabili.
Usa e Israele, le priorità della guerra
Certo, Usa e Israele hanno assestato un violento primo colpo nella giornata del 28 febbraio, eliminando la Guida Suprema Ali Khamenei e diversi alti papaveri del sistema militare del regime, e proseguono con intensità crescente un’offensiva aerea contro vari obiettivi del sistema di difesa della Repubblica Islamica. Ma chi si aspettava una rapida vittoria ha dovuto ricredersi.
Il presidente Usa Donald Trump, annunciando l’operazione Epic Fury, ha indicato le priorità: “eliminare l’imminente minaccia nucleare rappresentata dal regime iraniano, distruggere il suo arsenale di missili balistici, indebolire le sue reti terroristiche per procura e paralizzare le sue forze navali”. Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, è andato ben oltre: “sradicare il regime iraniano”, definito “terrorista” da Tel Aviv. Su questi obiettivi, ad oggi, una valutazione dei danni inflitti lascia pensare che la strada verso un pieno successo sia ancora tortuosa.
Hormuz resta chiuso
Washington ha, certamente, in larga parte affondato le navi della flotta di superficie iraniana, ma visto che Teheran aveva tutt’altro che una primaria marina in grado di arrecare disturbo alla flotta sotto il comando del Centcom questo risultato va letto alla luce dell’impossibilità per Washington di scortare in sicurezza petroliere e cargo attraverso lo Stretto di Hormuz, sostanzialmente chiuso a ogni forma di traffico.
Il risultato tattico, qui, non consegue automaticamente quello strategico. E sarà difficile ottenerlo a conflitto in corso: la Terza guerra del Golfo impone il blocco di Hormuz come elemento strutturale e ineliminabile, avendo l’Iran alzato l’asticella del confronto.
Il dubbio dei lanciatori iraniani
Sul fronte della capacità balistica, Israele e Usa rivendicano di aver distrutto oltre l’80% dei lanciatori mobili di missili e di aver bombardato i depositi sotterranei di vettori balistici, anche grazie all’utilizzo dei bombardieri americani a lungo raggio B-1 Lancer e B-2 Spirit. Il think tank americano Jewish Institute for National Security of America parla di almeno 300 lanciamissili distrutti, ma l’analista Osint di affari militari Edoardo Fontana riduce di oltre il 90% il numero di quelli di cui c’è evidenza visiva. E anche Elmustek, il canale Substack più attento a documentare le perdite confermate dalle parti in causa, ridimensiona pesantemente i risultati della coalizione.
L’Iran ha visto un calo dei lanci dall’inizio della guerra, ma il ridimensionamento degli attacchi non è da attribuire necessariamente a un calo della capacità d’assalto di Teheran. I lanci di droni e missili balistici, dopo la fiammata iniziale, si sono stabilizzati e lasciano pensare che Teheran possa conservare nelle sue roccaforti montuose delle capacità ancora inespresse per alzare il costo della guerra al Golfo, agli Usa e a Israele. Il fatto che gli alleati non abbiano ancora la supremazia aera indiscriminata sull’intero Paese rallenta giocoforza i tempi di degradamento della capacità balistica nemica.
I Pasdaran non sono stati smantellati
Il Financial Times nota che, non a caso, ora l’obiettivo di Usa e Israele è anche quello di eliminare fisicamente gli operatori dell’arsenale missilistico, ad oggi impiegati nel “mestiere più pericoloso al mondo”:
Gli equipaggi iraniani addetti ai missili balistici sono tra i più ideologicamente impegnati all’interno del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc). Operano da nascondigli montani noti in Iran come “città missilistiche”, le cui cavernose reti di tunnel si snodano in profondità nel sottosuolo.
L’Irgc, inoltre, non appare smantellata come forza combattente dopo gli attacchi subiti a giugno e nell’attuale guerra. Duramente colpita, la forza dei Pasdaran, che contano su circa 180mila uomini, rimane ancora capace di combattere.
Quanto a lungo si vedrà, ma questo dato è cruciale per capire in che misura non si sia ancora manifestato il collasso sistemico della Repubblica Islamica a cui puntavano i più accesi avversari di Teheran. Nemmeno l’uccisione della Guida Suprema, ora sostituita dal figlio Mojtaba, ha compromesso la catena di comando dell’Iran e quella che il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito “difesa a mosaico” sta prendendo forma giorno dopo giorno.
I calcoli errati di Trump e Netanyahu
L’opposizione interna, fortemente frenata dalla violenta repressione delle proteste di fine 2025 e inizio 2026, non si è palesata; l’appello di Netanyahu ai separatisti per ora non viene colto e anche due notizie pubblicate dalla stampa di Tel Aviv, l’ipotesi di un’offensiva curda a Ovest e il sostegno emiratino ai raid, si sono rivelate false.
L’Iran affronta una durissima prova, una sfida esistenziale sul piano militare e politico. Ma non c’è dubbio che le capacità di tenuta della Repubblica Islamica nei primi giorni stiano superando molte aspettative americane e israeliane. L’assalto di Washington e Tel Aviv si basava su molti teoremi il cui assioma avrebbe dovuto essere stato unico e certo: il tracollo della Repubblica Islamica sotto l’assedio militare. Si è indubbiamente sopravvalutata la capacità di compiere una guerra tanto complessa unicamente per via aerea, sebbene già la guerra di Libia del 2011, che richiese mesi alla Nato per sostenere i ribelli anti-Gheddafi fino al successo, avesse segnalato che la lezione del Kosovo (1999) era stata illusoria; si è sottovalutata la tenuta del sistema-Paese iraniano e l’effetto rallying around the flag della guerra; non si è tenuto in considerazione il fatto che il piano iraniano avesse tenuto in conto l’ipotesi della decapitazione, con la pronta sostituzione dei leader eliminati in tempo di guerra senza deviazione dalla prassi costituzionale.
Usa e Israele divergeranno?
Tutto questo mostra come l’a-strategia di Trump e l’eccessiva ambizione di Netanyahu rischino di trascinare Israele e Usa in un pantano. Al cui interno Washington e Tel Aviv possono potenzialmente dividersi in materia di definizione dei target ultimi della guerra.
Due esempi? L’attacco di domenica di Israele al petrolio iraniano ha suscitato la sconcertata reazione americana, dato che Trump mira a mantenere intatte le risorse iraniane per portarle nell’orbita americana, mentre Tel Aviv mira a degradare la capacità d’azione dello Stato centroasiatico. E poi, il futuro interno di Teheran: Israele vuole il rovesciamento senza appello del regime, Washington potrebbe dialogare con nuovi leader più accomodanti. Non c’è un endgame condiviso, non c’è una ratio strategica a cui ricondurre obiettivi che possano definire una fine accettabile, non c’è nemmeno un’idea di fronte alla prospettiva che la Terza guerra del Golfo non sarà un conflitto-lampo. Più il conflitto si allunga, più l’ipotesi che Trump e Netanyahu possano aver clamorosamente sbagliato i calcoli acquisisce sostanziale concretezza.