Secondo fonti israeliane riprese da Haaretz il primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe ipotizzato l’idea di scendere in campo a fianco dell’Arabia Saudita per sostenerla contro gli Houthi, comunicando tramite gli Usa la possibilità che Tel Aviv possa unirsi alla campagna contro i ribelli yemeniti che hanno colpito duramente le infrastrutture energetiche e l’aeroporto della capitale Riad con diverse azioni nelle scorse settimane, proprio mentre il Paese guidato dal principe ereditario e primo ministro Mohammad bin Salman è impegnato a appoggiare il governo internazionalmente riconosciuto contro le forze che controllano la capitale Sana’a, alleate dell’Iran.
La sfida degli Houthi vista da Israele
La guerra, che come ha riportato Davide Malacaria con ogni probabilità non potrà avere un esito militare decisivo, prosegue logorante e in tal senso Netanyahu avrebbe offerto il suo appoggio ai sauditi, con cui formalmente Israele non intrattiene relazioni diplomatiche. Haaretz scrive, sulla base di quanto segnalato dalle sue fonti, che “il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman si oppone al coinvolgimento militare israeliano a causa della probabile reazione negativa dell’opinione pubblica del regno”, decisamente critica di Tel Aviv dopo l’inizio della guerra di Gaza. Il contesto è estremamente articolato e ci sono diverse prospettive strategiche da contemperare.
In primo luogo, in passato Israele ha dimostrato di saper colpire duramente gli Houthi, compreso un attacco a Sana’a nell’agosto 2025 che ha decapitato l’esecutivo legato al movimento Ansarallah, ma ci sono fronti in cui anche i ribelli alleati dell’Iran hanno dimostrato di saper esercitare deterrenza e continuano a rappresentare una spina nel fianco per Israele: ad esempio, da quando a fine 2023 gli Houthi hanno iniziato a prendere di mira il traffico marittimo nel Mar Rosso, i traffici da e per lo Stato ebraico in transito verso il porto di Eilat, unico scalo di Israele sul Mar Rosso, si sono gradualmente ridotti e ora esso vive una fase di acuta criticità che certamente il rinfocolamento della tensione in Yemen non ha aiutato a risolvere. E anche se lo shipping israeliano si mantiene su livelli positivi grazie al contributo degli scali mediterranei, il rilancio di Eilat è un tema direttamente collegato all’evoluzione dello scenario yemenita. E potrebbe contribuire al rafforzamento del progetto del corridoio India-Mediterraneo-Europa (Imec) via Penisola Arabica e Israele, progetto geoeconomico che tre anni di caos mediorientale hanno sostanzialmente ridimensionato e in cui tanto Riad quanto Tel Aviv avrebbero riposto interesse.
Israele-Arabia Saudita, distensione difficile
In secondo luogo Netanyahu, che ha espresso le sue condoglianze e criticato gli attacchi di sabato 10 ottobre all’aeroporto di Riad, cerca spazi d’azione politici in vista del voto del 27 ottobre. In tal senso, spingere per un rafforzamento del perimetro di sicurezza israeliano da un lato e provare a dare un colpo politico in direzione del rilancio del progetto degli Accordi di Abramo, che avrebbero nel congiungimento con l’Arabia Saudita il loro Santo Graal, appare un obiettivo per un primo ministro in difficoltà e affanno sul fronte interno e pressato per le crescenti critiche della gestione delle dinamiche che hanno preceduto lo scoppio della crisi di Gaza nel 2023.
L’Arabia Saudita ha di recente siglato il Patto di La Mecca, attivato per la difesa del regno dopo il crescendo di attacchi Houthi, blindando i rapporti con un rivale strategico di Tel Aviv, la Turchia, e col Pakistan che resta l’unico attore del mondo islamico dotato di armi atomiche. Inoltre, resta il tema della potenziale vendita dei caccia F-35 americani all’Arabia Saudita vista da Israele come una fonte di erosione della sua tradizionale primazia aeronautica in Medio Oriente.
Questo potrebbe spingere politicamente per un raffreddamento di una distensione resa più difficile dall’onda lunga della guerra di Gaza, ma che una cooperazione militare che secondo alcune fonti starebbe già prendendo le mosse della condivisione d’intelligence mediata dal Centcom americano potrebbe ravvivare. E del resto le forme di coinvolgimento sono molteplici e non passano unicamente per raid diretti, ma possono prendere la forma anche di diverse forme di assistenza.
I caveat non mancano: il coinvolgimento turco vicino a Riad e il fatto che nel fronte anti-Houthi le truppe sostenute dall’Arabia Saudita abbiano in passato dovuto affrontare l’insorgenza del Southern Transition Council appoggiato dagli Emirati Arabi Uniti, principale partner di Israele nel Golfo, mostrano quanto la guerra nel martoriato Paese della Penisola Arabica abbia aperto un coinvolgimento di attori che ne eleva la rilevanza sistemica. Mbs è in difficoltà per trarsi fuori dal pantano yemenita e ha fatto appello a più alleati per un appoggio crescente: per ora il Regno Unito ha garantito rifornimento aereo, c’è l’impegno turco-pakistano per uno schieramento futuro mentre meno noto ma efficace è il contributo del personale militare greco che opera sistemi antiaerei Patriot in appoggio a Riad.
I rischi dell’intervento in Yemen, l’analisi di Citrinowivz
In terzo luogo, ora come ora un intervento israeliano contro gli Houthi avrebbe probabilmente una portata diversa dei raid compiuti in passato a intermittenza e senza continuità strutturale e aprirebbe alle incognite espresse da un’interessante analisi di Daniel Citrinowicz dell’Institute for National Security Studies della Tel Aviv University, che ha sottolineato che Tel Aviv dovrebbe attendersi la risposta dei ribelli perché “gli Houthi hanno dimostrato più e più volte che sono disposti a subire colpi significativi e a continuare il conflitto, e talvolta persino a intensificarlo” e, inoltre, “c’è un grande divario tra la capacità di attaccare in Yemen e la capacità di influenzare in modo decisivo la guerra”, in assenza di un endgame strategico da parte del fronte anti-Houthi. Per Citrinowicz, bisogna guardare all’Iran e al fatto che “il rischio di un ampliamento del confronto, proprio quando la tensione tra Washington e Teheran è già alta, deve essere un elemento centrale in qualsiasi discussione”. La cautela che il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir avrebbe espresso alle controparti americane circa la ripresa dei raid con l’Iran prima del voto si può trasporre anche nel vischioso teatro yemenita.
Israele-Usa e il futuro di una relazione articolata
Infine, c’è un dato che riguarda proprio i rapporti strategici israelo-americani in via di ridefinizione. L’amministrazione di Donald Trump sta provando a bilanciare una proiezione regionale che deve tener conto di molti attori: Israele, ovviamente, ma anche le tre potenze del Patto di La Mecca. In un contesto che vede la postura Usa indebolita dalla condotta della guerra in Iran, chiaramente, in questa fase ogni azione strategica va ben ponderata. Washington non si è mostrata calda circa la ripresa dei raid sugli Houthi così come Israele non ha mostrato per ora la volontà di rafforzare la sua operatività verso l’Iran, essendosi il focus spostato su Hormuz.
Ad oggi, quindi, non c’è convergenza su un dossier tattico, come l’azione in Yemen, che per Netanyahu potrebbe rappresentare forse l’ultimo tentativo di compiere un colpo strategico del suo lungo periodo al governo. Orly Azoulay ha scritto su Ynet delle crescenti distanze tra il governo di Tel Aviv e quello di Washington circa la condotta sistemica da tenere per il futuro del Medio Oriente. Netanyahu prova a pochi secondi dalla sirena a cercare il canestro capace di riportare in campo gli Accordi di Abramo che dal punto di vista di Trump, invece, proprio il solipsismo e l’unilateralismo del leader di Tel Aviv hanno contribuito a ostacolare.
La nuova relazione strategica tra Washington e Tel Aviv dovrà partire dal presupposto che per gli Usa ora Israele resta un pivot ma non un attore esclusivo e che c’è almeno un quadrilatero esteso ai tre Paesi del Patto di La Mecca che forma la geometria dei Paesi di riferimento degli States in Medio Oriente. I margini di manovra israeliani sono, inoltre, condizionati dal fatto che la capacità operativa di Tel Aviv dipende dal sostegno difensivo di Washington sul cui superamento diverse analisi invitano a riflettere. Ad oggi il problema del conflitto tra Houthi e sauditi può avere solo una soluzione politica, non militare, e se regionalizzare la crisi è nell’interesse di Riad per ricevere supporto e una via d’uscita da un pantano sempre più difficile da attraversare, è possibile che un intervento possa rappresentare un azzardo strategico per Washington e, soprattutto, Tel Aviv. Ben distanti, nell’assenza di un quadro preciso sul futuro dello Yemen, dalla possibilità di essere decisivi unicamente con raid e azioni mirate.
Fonti
- https://it.insideover.com/guerra/siria-e-yemen-israele-alza-la-posta-messaggio-a-turchia-e-iran.html
- https://www.jpost.com/middle-east/article-908864
- https://www.rfi.fr/en/podcasts/international-report/20261010-houthi-war-risks-dragging-israel-and-turkey-into-horn-of-africa-standoffid
- https://www.ynetnews.com/opinions-analysis/article/sybwgyjsge
- https://www.reuters.com/business/aerospace-defense/greek-operated-air-defence-system-shoots-down-ballistic-missile-drone-over-saudi-2026-09-24/
- https://x.com/citrinowicz/status/2109704409240224099
- https://www.haaretz.com/middle-east-news/2026-10-12/ty-article/.premium/netanyahu-seeks-to-join-saudis-fight-against-houthis-crown-prince-opposes-move/000001a1-3117-d20b-a1ff-f557b0810000
- https://www.ynetnews.com/business/article/bjsphen11fl
- https://defencesecurityasia.com/en/netanyahu-saudi-approval-houthi-strikes-red-sea/
- https://www.dailysabah.com/world/mid-east/israel-shares-houthi-intelligence-with-saudi-arabia-report
- https://www.inss.org.il/publication/israel-somaliland-houthi/
- https://x.com/ZvikaKlein/status/2102281826093994232
- https://amwaj.media/en/article/riyadh-aims-for-air-superiority-as-houthi-missiles-test-its-defenses
- https://www.jpost.com/opinion/article-911293