Nella Striscia di Gaza, dove la vita si sgretola tra le macerie e la morte danza al ritmo delle esplosioni, l’orrore non conosce tregua. Secondo quanto riportato dall’ufficio stampa del Governo di Gaza, dall’inizio di quello che ormai viene giustamente definito da sempre più persone un genocidio, con il sostegno incondizionato degli Stati Uniti, l’esercito israeliano ha ucciso almeno 1.402 membri del personale medico e 111 soccorritori della protezione civile.
Al di là delle cifre, si tratta di individui, ciascuno con un nome e una storia. Professionisti sanitari che, fino a poco tempo fa, si dedicavano alla cura, tenendo tra le mani bisturi e siringhe, ora giacciono senza vita, vittime della devastazione.
Dal 7 ottobre 2023, le forze israeliane hanno arrestato 362 operatori sanitari e 26 soccorritori della protezione civile. Tra loro figurano tre medici la cui morte in carcere è stata attribuita dalle autorità palestinesi a torture subite. Un monito inequivocabile si diffonde tra le ferite sanguinanti di Gaza, nemmeno il camice bianco offre più protezione. Le forze israeliane hanno preso di mira il personale sanitario, trasformando ospedali e ambulanze in obiettivi militari.
L’attacco sistematico al sistema sanitario
Gli ospedali di Gaza, isole di umanità in un mare di violenza, sono state sommerse una dopo l’altra dall’ondata di distruzione. 33 strutture ospedaliere demolite, 80 centri sanitari ridotti in frantumi, 162 istituzioni mediche colpite e 15 sedi della protezione civile danneggiate. Un sistema sanitario al collasso, con 142 ambulanze crivellate di proiettili e 54 camion dei pompieri distrutti. Questi numeri hanno inevitabilmente paralizzato i servizi essenziali e i pochi operatori sanitari rimasti ancora in vita. Senza medicine, senza strutture, senza vie di fuga, la popolazione si ritrova abbandonata in un deserto di sofferenza, mentre il sistema sanitario, già in agonia, rischia di scomparire del tutto. Ogni bombardamento non distrugge solo edifici, ma l’ultimo barlume di umanità in una guerra che sembra non avere né vincitori né fine.
L’orrore ha raggiunto livelli di inaudita gravità. Nelle prime ore del 31 marzo, la Mezzaluna Rossa Palestinese ha recuperato i corpi di 15 soccorritori, vittime di un’esecuzione durante l’assedio del quartiere Tal al-Sultan di Rafah. Tra le vittime, otto paramedici della PRCS, sei membri delle squadre di difesa civile palestinese e un dipendente dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA), uccisi mentre svolgevano una missione umanitaria per evacuare i feriti nel governatorato di Rafah, nella Striscia di Gaza meridionale, in risposta a una chiamata di soccorso urgente. Le evidenze sui loro corpi, in particolare ferite alla testa e al torace, indicano esecuzioni sommarie, perpetrate mentre erano ammanettati. Un colpo d’arma da fuoco, seguito dal silenzio. Un messaggio tragicamente inciso nella carne e nel sangue.
In una successiva dichiarazione, Israele ha ammesso la responsabilità dell’attacco. L’esercito israeliano ha giustificato l’azione, sostenendo che ambulanze e camion dei pompieri erano stati erroneamente identificati come veicoli di Hamas, e che le truppe stavano prendendo di mira veicoli della resistenza palestinese e avevano eliminato diversi militanti. Solo in seguito, un portavoce delle IDF ha riconosciuto che i mezzi colpiti trasportavano personale medico, soccorritori e vigili del fuoco. Le IDF hanno condannato il ripetuto uso di ambulanze per scopi terroristici da parte di organizzazioni terroristiche nella Striscia di Gaza, una tattica di giustificazione spesso impiegata per legittimare operazioni militari, in particolare quelle con impatto sui civili.
A Gaza si uccide con metodo
Esiste una norma fondamentale del diritto internazionale umanitario, sancita dalle Convenzioni di Ginevra e dal diritto consuetudinario, che impone la protezione del personale sanitario durante i conflitti armati. Eppure, qui, quella regola è stata stracciata. Invece di rispettare questa protezione, si assiste a un’operazione di annientamento metodica e pianificata, eseguita con precisione chirurgica. L’eliminazione di medici e soccorritori, ultimi custodi della vita persino nelle sanguinose guerre, non è un incidente, ma un crimine premeditato. Si uccide con metodo, per garantire che nessuno sopravviva. Senza ospedali, senza cure, senza pietà: è la cancellazione programmata di un intero popolo.
Nel frattempo, la situazione continua a deteriorarsi drasticamente. Si riportano oltre 1.000 vittime palestinesi in pochi giorni dalla ripresa delle operazioni militari nella Striscia, il 18 marzo scorso. Tra le vittime, una proporzione significativa di donne e bambini, e molti altri che rimangono intrappolati sotto le macerie, a causa dell’impossibilità dei soccorritori di raggiungere le zone colpite.
La Striscia di Gaza incarna oggi una delle più gravi emergenze umanitarie del nostro tempo, un disastro perpetuato sotto la passiva osservazione del mondo intero. Mentre le vittime si accumulano, la risposta internazionale oscilla tra retorica sterile e silenzio complice. Ogni giorno di inazione rappresenta, oltre a un grave fallimento politico, una tacita acquiescenza alla violazione sistematica del diritto internazionale e dei principi fondamentali dell’umanità. L’indifferenza, a questo punto, non è più neutrale: è connivenza.
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