Quando lo scorso 19 novembre, al Palazzo di Vetro dell’ONU a New York si è aperta la “Conference on the Establishment of a Middle East Zone Free of Nuclear Weapons and Other Weapons of Mass Destruction”, che ha visto riuniti i leader delle principali nazioni mediorientali per discutere di un progetto di non proliferazione degli armamenti nucleari e delle armi di distruzione di massa in Medio Oriente, in molti non hanno potuto fare a meno di notare la mancanza di un Paese fondamentale al tavolo delle trattative: Israele.

Una assenza “pesante” quella dei rappresentanti israeliani, specialmente considerando che, in mezzo alle tensioni e ai conflitti storici mai risolti che continuano a destabilizzare la regione, gli spiragli per risolvere con la diplomazia il problema della corsa al nucleare e della diffusione delle armi di distruzione di massa sembrano restringersi ogni giorno di più.

I recenti tentativi dell’Iran di arricchire l’uranio e di dotarsi di un’arma atomica per garantire la propria supremazia regionale (e ridurre al minimo il rischio di “regime change”)  sebbene abbiano contribuito ad alzare notevolmente la pressione sullo scenario mediorientale, attirando l’attenzione di Israele e degli Stati Uniti, sono semplicemente la punta dell’iceberg di un problema ben più complesso e a cui si cerca di porre rimedio da moltissimo tempo, quello di una possibile escalation nucleare in Medio Oriente.

Che cos’è la Nuclear Weapons Free Zone?

Da oltre mezzo secolo si discute della creazione di una Nuclear Weapons Free Zone (NWFZ) e, parallelamente, di una Weapons of Mass Destruction Free Zone (WMDFZ) in Medio Oriente, ma finora quasi tutti i tentativi per ridurre la diffusione di questi armamenti nella regione sono terminati in un nulla di fatto.

L’idea di stabilire una zona totalmente libera dalle armi di distruzione di massa nello scenario mediorientale venne avanzata per la prima volta dall’Unione Sovietica nel 1958. In seguito, negli anni Sessanta, la proposta fu adottata come base per una discussione regionale dal Comitato per la denuclearizzazione del Medio Oriente, un collettivo di intellettuali israeliani che vedeva la corsa agli armamenti nucleari da parte di Israele come una minaccia alla sicurezza della nazione stessa.

Come ha precisato uno studio della Chatham House focalizzato sulle tappe fondamentali del progetto, “non si trattava di una posizione pacifista o di una denuncia per la natura distruttiva delle armi nucleari, ma piuttosto della preoccupazione strategica che scatenare una corsa agli armamenti nucleari nella regione sarebbe stato incredibilmente pericoloso sia per la regione sia per la sicurezza globale”.

E’ importante sottolineare che già in quegli anni, nonostante le tensioni e i conflitti mediorientali fossero più accesi che mai e con lo spettro della Guerra Fredda a fare da cornice ad ogni vicenda politica nella regione, apparve fin da subito chiara a tutti la necessità di limitare la diffusione delle armi nucleari in Medio Oriente al fine di evitare un tracollo anche su scala globale.

Tuttavia, per la prima vera proposta riguardo la creazione di una Nuclear Weapons Free Zone nella regione, bisognerà attendere fino agli anni Settanta, quando Iran ed Egitto firmarono insieme una risoluzione ufficiale all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per dar vita al progetto.

Fin dall’inizio l’Egitto si mostrò particolarmente interessato a stabilire una zona priva di armamenti nucleari, con l’allora presidente Hosni Mubarak che in seguito suggerì di allargare la zona proposta anche a tutte le armi di distruzione di massa.

Così, nel 1995, alla Review Conference dei paesi membri del Trattato di non proliferazione nucleare si decise, oltre che di prorogare indefinitamente la durata del trattato NPT, di perseguire ufficialmente l’obiettivo di creare una zona libera da armi di distruzione di massa in Medio Oriente.

Da lì in poi, gli sforzi sono proseguiti a rilento, con l’unica altra tappa rilevante per il progetto raggiunta nel 2012, il tentativo, peraltro più volte rimandato, di organizzare una conferenza sulla WMDFZ ospitata dalla Finlandia. Ma anche in quel caso, la posizione ostile di Israele e degli Stati Uniti rese vano ogni sforzo diplomatico.

Fino ad arrivare alla conferenza dello scorso 19 novembre al Palazzo di Vetro, richiesta a gran voce dagli Stati della Lega Araba attraverso una risoluzione ufficiale all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e che, ancora una volta Israele, insieme agli alleati americani, ha deciso di boicottare.

Perché Israele è fondamentale per la riuscita del progetto?

Se, da un lato, le continue guerre e tensioni nella regione negli ultimi decenni non hanno di certo aiutato a creare un clima “adatto” alla discussione di un tema così delicato come l’istituzione di una zona totalmente libera da armi di distruzione di massa, dall’altro, negli ultimi anni è apparsa evidente l’ostilità di Israele al progetto e la sua decisa ambiguità in merito al proprio programma nucleare, mai “ufficializzato” formalmente da Tel Aviv.

L’assenza di Israele al vertice dello scorso novembre a New York, insieme alla mancanza dei rappresentati degli Stati Uniti, è sembrata quindi il frutto di una strategia ben delineata, piuttosto che di un mero sgarbo diplomatico nei confronti degli Stati arabi presenti alla conferenza.

Tuttavia, come hanno notato diversi osservatori, l’incontro, fortemente sostenuto anche dal segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres che ha sottolineato come la creazione di una WMDFZ sia in grado di porre definitivamente fine al rischio di conflitti nucleari nella regione, poteva costituire finalmente una solida base di partenza per l’inizio di colloqui diplomatici tra Israele e le altre potenze mediorientali.

Un’occasione sprecata, quindi, che non è certo passata inosservata agli occhi della comunità internazionale. Come emerge dal report finale dell’ONU sulla conferenza, i malumori tra gli altri Paesi per l’assenza di Israele non si sono fatti attendere più di tanto. Nelle loro dichiarazioni introduttive, molti delegati presenti alla conferenza hanno sottolineato come Israele sia l’unico Stato nella regione a non far parte del Trattato di non proliferazione e a non essere soggetto ai controlli dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).

“L’assenza dell’unico Stato in Medio Oriente a possedere un’arma nucleare non promette nulla di buono”, ha affermato Abdallah Y. Al Mouallimi, rappresentante della delegazione dell’Arabia Saudita, aggiungendo che “è un fallimento da parte dell’intera comunità internazionale, non solo degli Stati del Medio Oriente, che Israele continui a ostacolare qualsiasi tentativo di costruire una zona regionale libera da armi nucleari”.

Come ha spiegato in un articolo pubblicato dal Carnegie Endowment for International Peace l’ex vicedirettore generale e capo del dipartimento delle misure di salvaguardia dell’AIEA, Pierre Goldschmidt, all’interno del Medio Oriente, l’Egitto, l’Iran e molti altri stati arabi considerano il possesso di armi nucleari da parte di Israele come un grave ostacolo alla pace e alla sicurezza nella regione, mentre, dal canto suo, Israele vede il disarmo nucleare come conseguenza della pace, non come un presupposto di essa.

Lo stato attuale delle relazioni israeliane con l’Iran e, in parte, con la Siria presenta gravi ostacoli a una NWFZ in Medio Oriente e per questo, la credibilità del progetto dipenderà dall’istituzione di un regime di ispezione reciproca.

Tuttavia, come precisa Goldschmidt, “prima che si possa sperare di vedere ispettori israeliani in Iran e viceversa, l’Iran dovrebbe riconoscere l’esistenza di Israele e i due paesi dovrebbero stabilire normali relazioni diplomatiche”.

Ad ogni modo, l’articolo conclude che tutti questi ostacoli non significano necessariamente che il Medio Oriente e la comunità internazionale non possano realizzare progressi su una Nuclear Weapons Free Zone, ma indicano che è indispensabile passare da “grandi visioni” e dichiarazioni retoriche a “misure concrete” per rafforzare la fiducia.

“Senza uno sforzo per stabilire prima un ordine politico e di sicurezza regionale – spiega Goldschmidt-  è altamente improbabile che il Medio Oriente possa affrontare efficacemente il controllo degli armamenti”.

I passi da fare per stabilizzare il Medio Oriente ed evitare la proliferazione nucleare ovviamente sono ancora tanti, ma lo spazio per una soluzione diplomatica sembra restringersi ogni giorno di più. Presumibilmente, non passerà molto tempo prima che anche l’Iran porti a termine il proprio programma atomico e a quel punto Israele non sarebbe più l’unica “eccezione” nucleare della regione.

In vista della prossima Review Conference del Trattato di non proliferazione nucleare prevista per la primavera del 2020, la posta in gioco è dunque altissima, e, anche questa volta, tutti gli occhi saranno puntati sulla prossima mossa di Israele.

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