Israele e i Paesi arabi, collaborazione di intelligence e sistemi militari anche durante la guerra di Gaza

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Guerra /

La rivelazione di documenti militari riservati da parte del Washington Post ha confermato ciò che molti osservatori di politica mediorientale sospettavano da tempo: la guerra di Gaza non ha bloccato la cooperazione tra Israele e diversi Stati arabi, l’ha anzi rafforzata, anche se in modo discreto e lontano dai riflettori. Quello che ufficialmente appare come un muro di condanne e prese di distanza, nella realtà operativa si traduce in una rete sempre più articolata di scambi di intelligence, coordinamento militare e difesa aerea.

Secondo i documenti, questa cooperazione è orchestrata dallo United States Central Command (CENTCOM), che da anni lavora a una struttura regionale di sicurezza in grado di contenere la minaccia rappresentata dall’Iran e di mantenere un equilibrio strategico in Medio Oriente senza dover ricorrere a un eccessivo coinvolgimento diretto degli Stati Uniti. Il «Regional Security Construct» — così viene definita la rete — include Israele, Qatar, Bahrein, Egitto, Giordania, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, con Kuwait e Oman come possibili futuri partner.

Questa architettura non è nata per caso. Da tempo Washington punta a costruire un sistema integrato che unisca le potenze sunnite del Golfo con Israele attorno a un obiettivo strategico comune: contenere Teheran, limitare la sua proiezione di potenza e proteggere le rotte energetiche e commerciali che attraversano la regione. La guerra di Gaza ha agito da acceleratore. Mentre in pubblico i governi arabi hanno alzato la voce contro le operazioni israeliane, dietro le quinte hanno intensificato i contatti e ampliato la cooperazione militare.

È un doppio registro tipico della politica mediorientale. Da un lato, per motivi interni e per evitare la pressione dell’opinione pubblica, i governi mantengono un linguaggio di solidarietà con la causa palestinese. Dall’altro, per motivi strategici, lavorano con Israele per garantire sicurezza e contenere l’Iran. Un equilibrio fragile ma funzionale, che consente agli attori regionali di muoversi tra simboli politici e realpolitik.

Per Israele, questa cooperazione è fondamentale. La guerra di Gaza, pur logorante sul piano diplomatico e mediatico, gli consente di rafforzare la propria rete di sicurezza, di consolidare relazioni con Paesi che fino a pochi anni fa erano considerati avversari, e di presentarsi come attore centrale di un’architettura difensiva regionale. Per i Paesi arabi, invece, il coordinamento con Israele è un modo per modernizzare le proprie difese, ottenere accesso a tecnologie avanzate e mantenere il favore politico e militare degli Stati Uniti, in un momento in cui Washington sta cercando di ridurre la propria presenza diretta nella regione senza però perderne il controllo strategico.

Per gli Stati Uniti, infine, il Regional Security Construct rappresenta un obiettivo chiave: spostare il peso operativo sugli alleati locali mantenendo la regia strategica. In questo modo Washington può concentrarsi sulla competizione con Cina e Russia, senza rinunciare alla centralità mediorientale.

Il dato più interessante è che questa cooperazione avviene in un momento di forte tensione simbolica. Da un lato, le piazze arabe e musulmane reagiscono con rabbia agli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza; dall’altro, le élite politiche e militari dei loro Paesi si muovono in direzione opposta, stringendo alleanze di sicurezza sempre più strette con Tel Aviv. È un paradosso che svela tutta la distanza tra retorica pubblica e calcolo strategico.

La costruzione di questa rete regionale non significa, ovviamente, un’alleanza politica aperta: il peso simbolico della questione palestinese rimane forte, e nessuno tra i Paesi coinvolti vuole apparire come “alleato” diretto di Israele. Tuttavia, sul piano operativo, la convergenza è ormai realtà. E questo significa che, indipendentemente dall’evoluzione diplomatica, la sicurezza israeliana e quella araba stanno diventando sempre più interconnesse.

Questa dinamica segna un cambio di paradigma: la guerra di Gaza, lungi dall’isolare Israele, ha accelerato un processo di avvicinamento tattico e strategico tra Tel Aviv e diverse capitali arabe. Un processo che, se consolidato, potrebbe ridisegnare gli equilibri di potere in Medio Oriente e aprire a nuove forme di deterrenza collettiva, questa volta non imposte dall’alto ma costruite da attori regionali con interessi convergenti.