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E se la guerra a Gaza venisse “privatizzata”? Israele sta infatti considerando l’avvio di un programma pilota che potrebbe portare all’impiego di società di sicurezza private statunitensi per sostituire l’esercito in alcune operazioni nel nord della Striscia di Gaza. Secondo quanto riportato dalla testata israeliana Globes, il progetto mira a garantire la “protezione dei convogli di cibo e medicine” destinati ai palestinesi rimasti nella regione devastata dal conflitto, riducendo così i rischi per i soldati israeliani e “liberandoli” dai compiti non strettamente militari. Tra gli ostacoli principali alla consegna degli aiuti c’è infatti il rischio di essere attaccati, anche dal fuoco amico delle forze israeliane e le agenzie umanitarie si oppongono all’idea di convogli militarizzati, temendo di essere percepite come parte del conflitto.

La “svolta” potrebbe arrivare dopo che, alla fine di ottobre, la Knesset israeliana ha approvato il divieto per l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (Unrwa) di operare in Israele e a Gerusalemme Est occupata. La legge proibisce qualsiasi contatto tra i dipendenti dell’Unrwa e i funzionari israeliani, ostacolando gravemente le attività dell’agenzia a Gaza e in Cisgiordania occupata. Il mandato originale dell’UNRWA era fornire assistenza ai circa 750.000 palestinesi sfollati durante la creazione dello Stato di Israele nel 1948. Lo status di rifugiato è stato trasmesso attraverso le generazioni, consentendo ai discendenti di continuare a ricevere i servizi dell’agenzia. Successivamente, l’UNRWA ha assunto la responsabilità di aiutare centinaia di migliaia di persone sfollate durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Attualmente, circa 5,9 milioni di rifugiati sono idonei a ricevere i servizi dell’agenzia, non solo a Gaza e in Cisgiordania, ma anche in Giordania, Libano e Siria.

Quali sono le aziende individuate da Israele

Tra le principali aziende in lizza per aggiudicarsi il contratto, dal valore di milioni di dollari, spiccano Constellis e Orbis. La prima, nata dalla fusione di Academi (erede della controversa Blackwater, fondata da Erik Prince, nota per il massacro di piazza Nisour a Baghdad) e di Triple Canopy, negli anni ha acquisito altre aziende private consolidando il proprio ruolo e integrando alcune delle principali realtà del settore, tra cui AMK9, Centerra, Edinburgh International, Gregg Protection Services, Olive Group, OMNIPLEX, Strategic Social. Si tratta di una multinazionale che conta circa 20.000 dipendenti in 39 paesi ed è conosciuta per il suo coinvolgimento in operazioni militari ad alto rischio.

La seconda, meno conosciuta, è una società con sede nella Carolina del Sud, guidata da ex generali dell’esercito Usa che collabora già con il governo di Tel Aviv e con il Pentagono. Un ulteriore concorrente è la Global Delivery Company (GDC), azienda gestita dall’israelo-americano Moti Kahana, che ha proposto di collaborare con società americane come Constellis per portare personale esperto da Stati Uniti, Regno Unito e Francia. Al Guardian, lo stesso Kahana ha confermato che la sua azienda è in lizza per il contratto di consegna degli aiuti, ma ha specificato che il governo israeliano non ha ancora preso una decisione definitiva, lasciando la questione al Ministero della Difesa e alle Forze Armate israeliane.

Costi e rischi della privatizzazione della guerra

Il costo stimato per la gestione del progetto è elevato: fino a 200 milioni di dollari per sei mesi. Secondo Yohanan Tzoref, esperto di sicurezza ed ex consigliere per gli affari arabi dell’amministrazione civile di Gaza, “Israele potrebbe chiedere agli Stati Uniti o ad altri finanziatori esterni di sostenere i costi, ma potrebbe anche essere costretta a coprirli autonomamente”.

Il cambio di strategia di Israele potrebbe tuttavia condurre a ulteriori tensioni. Motivo? Si tratta di contractor che pensano al profitto: l’attenzione per il rispetto dei diritti umani non è certo una priorità. Gadi Shamni, ex comandante dell’area di Gaza e addetto militare israeliano negli Stati Uniti, spiega infatti che “queste aziende non seguono le norme militari. La loro priorità è il profitto, non la sicurezza nazionale. Questo potrebbe portare a incidenti e tensioni crescenti” in un’area già devastata dalla guerra e dove i morti sono più di 120 mila.

Il programma pilota per l’impiego di società private di sicurezza a Gaza non ha ancora ricevuto l’approvazione del gabinetto di sicurezza israeliano, principalmente a causa di complicazioni legali legate al diritto internazionale sull’occupazione. Secondo Israel Hayom, per superare questi ostacoli, si sta valutando di ottenere finanziamenti esterni da organizzazioni umanitarie o Paesi stranieri, dato il costo elevato stimato in decine di milioni di dollari.

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