Teheran ha annunciato di aver eliminato sei uomini accusati di appartenere a un commando “terrorista” legato a Israele, in un’operazione condotta nella provincia del Sistan-Baluchistan, al confine con Pakistan e Afghanistan. Altri due sarebbero stati catturati vivi. Secondo le fonti iraniane, il gruppo – composto da combattenti stranieri – preparava un attacco a un’infrastruttura vitale dell’Est del Paese. La prova del legame con Israele emergerebbe dai documenti sequestrati, che indicherebbero un coordinamento diretto con Tel Aviv.
L’azione non è avvenuta senza costi: tre membri delle forze di sicurezza iraniane sono rimasti feriti. Ma Teheran presenta il risultato come una vittoria in una guerra invisibile che va ben oltre i confini nazionali.
Il Sistan-Baluchistan è storicamente un punto nevralgico di tensioni: area povera, marginalizzata, attraversata da traffici di droga, teatro di attività jihadiste e rivendicazioni separatiste. Non è raro che gruppi armati colpiscano obiettivi iraniani, sfruttando la porosità del confine e il vuoto di sviluppo economico. Oggi però, nell’interpretazione di Teheran, queste dinamiche locali non bastano più a spiegare la violenza. Israele sarebbe il regista occulto, pronto a sfruttare le fragilità interne dell’Iran per destabilizzarlo dall’interno.
L’eredità della guerra di giugno
Il contesto regionale è ancora segnato dal conflitto lampo dello scorso giugno, quando Israele lanciò un’offensiva a sorpresa contro basi militari e nucleari iraniane. Dodici giorni di bombardamenti e raid mirati costarono la vita a scienziati e ufficiali iraniani di alto rango. Teheran rispose con massicci attacchi di droni e missili contro obiettivi israeliani. Una guerra breve, ma sufficiente a trasformare le tensioni latenti in una contrapposizione frontale e permanente.
L’operazione nel Sistan-Baluchistan va letta in questa cornice: per Teheran, colpire cellule accusate di legami con Israele significa dimostrare che la guerra non si combatte solo sul piano convenzionale, ma anche in quello clandestino.
Valutazione strategica militare
L’episodio conferma la crescente centralità delle operazioni “ibride” nello scontro tra Iran e Israele. Da una parte, Tel Aviv cerca di erodere la sicurezza interna iraniana sostenendo milizie periferiche, replicando uno schema già utilizzato altrove. Dall’altra, l’Iran mostra di poter neutralizzare queste minacce con una strategia di intelligence aggressiva, proiettando la propria forza anche nelle aree più instabili. Militarmente, questo significa che lo scontro non è limitato a Gaza, Libano o Siria, ma penetra nel cuore dello Stato iraniano. L’obiettivo israeliano è creare un logoramento permanente, costringendo Teheran a disperdere risorse su più fronti.
Dimensione geopolitica e geoeconomica
Il messaggio politico inviato da Teheran va oltre i confini nazionali. Con questa operazione, l’Iran intende riaffermare la propria resilienza di fronte a un avversario sostenuto dagli Stati Uniti e, al tempo stesso, rivolgersi al Sud globale come attore che resiste all’egemonia occidentale. Non a caso, diversi Paesi in Asia, Africa e America Latina leggono lo scontro tra Iran e Israele come parte di una battaglia più ampia per ridefinire gli equilibri mondiali.
Sul piano economico, tuttavia, la pressione è enorme. Il Sistan-Baluchistan è una regione chiave per i corridoi energetici e commerciali che connettono l’Iran con il Pakistan e l’Oceano Indiano. Instabilità e conflitti clandestini minano gli investimenti e frenano i progetti infrastrutturali, proprio mentre Teheran cerca di rafforzare i legami con Cina e Russia attraverso la Belt and Road Initiative e la cooperazione eurasiatica.
Conclusione
L’eliminazione del commando nel Sistan-Baluchistan è un episodio che illumina la vera natura della guerra tra Iran e Israele: una guerra di ombre, fatta di infiltrazioni, sabotaggi e ritorsioni, che si affianca ai conflitti convenzionali e alle guerre per procura. In questa dimensione, ogni operazione diventa un messaggio politico e strategico. Teheran ha voluto dimostrare che nessuna incursione resterà impunita. Resta da capire se questa escalation silenziosa potrà essere contenuta o se finirà per trascinare il Medio Oriente in una nuova fase di instabilità permanente.

