Le bombe e i missili cadono su Sana’a, capitale dello Yemen, e sul porto di Hodeida ma i destinatari si chiamano Iran e Arabia Saudita: i raid di Israele sul Paese della penisola arabica nella notte tra il 18 e il 19 dicembre hanno rilanciato l’azione di Tel Aviv nel quadrante mediorientale e parlano sia a Teheran, rivale strategico numero uno dello Stato Ebraico, che a Riad, con cui il governo di Benjamin Netanyahu cerca un dialogo.
Perché Israele attacca lo Yemen
I caccia F-16 hanno penetrato le linee dei ribelli yemeniti colpendo terminal energetici, batterie anti-aeree, depositi di armi, rilanciando il settimo fronte di guerra di Tel Aviv dal 7 ottobre 2023 a oggi: a Gaza, dove nonostante i colloqui la guerra non si ferma, e al Libano interessato da un precario cessate il fuoco, si aggiungono la Cisgiordania, in cui spingono i coloni sostenuti dal governo, la Siria, colpita dai caccia dopo la caduta di Bashar al-Assad e sostanzialmente demilitarizzata da Tel Aviv e i tre Paesi su cui Israele ha compiuto raid: Iraq, Iran e, appunto, Yemen.
Qual è l’obiettivo di Israele? Enfatizzare la presenza della minaccia degli Houthi nel Mar Rosso contro il commercio globale come pivot attorno a cui costruire una nuova alleanza nel Medio Oriente, superando le contingenze negative imposte per la diplomazia dello Stato Ebraico dalle conseguenze della guerra di Gaza.
Obiettivo di fondo: sperare che il riavvicinamento Tel Aviv-Riad possa emergere sulla scia della messa a terra di manovre anti-Houthi che spingano i sauditi a riconsiderare il loro impegno a ridurre il coinvolgimento nello scenario regionale e ripensare il riavvicinamento all’Iran. Una strategia che parla anche agli Stati Uniti, i quali da un anno bombardano gli Houthi e non hanno mancato di rafforzare la loro presenza in Medio Oriente dopo la fine del regime siriano, ufficialmente per contrastare possibili riprese dello Stato Islamico.
Obiettivo massima pressione?
In prospettiva, l’obiettivo ideale di Tel Aviv sarebbe vedere se è possibile plasmare quell’asse Israele-Usa-Arabia Saudita per contenere la proiezione iraniana nella regione e spingere alle porte della Repubblica Islamica il contenimento. La via che Netanyahu vuole seguire passa per l’offensiva contro gli alleati di Teheran e l’attesa per nuove mosse contro il Paese degli ayatollah da parte dell’amministrazione Usa entrante di Donald Trump.
L’idea che il Trump 2.0 possa avversare nettamente l’Iran è altamente plausibile, e Netanyahu spinge per colpire le forze legate alla Repubblica Islamica ovunque, magari per spingere Teheran a una reazione eccessiva, soprattutto sul programma nucleare, che dia il là a un attacco diretto. Ad oggi tiene solo l’apparente pace iraniano-saudita, mentre Netanyahu lavora per la distensione col Paese di Mohammad bin Salman ora che i colloqui sono ripresi a 14 mesi dal massacro del 7 ottobre. Trump riprenderà il filo degli Accordi di Abramo? Per vederli realizzati, va ricordato, serve un obiettivo comune. Nel 2019-2020 fu l’ostilità contro l’Iran. Ora, va capito se casa Saud sarà della partita prima di dare per ripreso il filo interrotto della politica americana e israeliana in Medio Oriente.

