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Benjamin Netanyahu ha passato il Rubicone nella notte tra il 12 e il 13 giugno: Israele ha avviato una massiccia campagna di bombardamenti contro l’Iran e il suo programma nucleare, colpendo inoltre diversi importanti comandanti militari nella capitale Teheran. Della possibilità di questi raid si parlava da tempo e Netanyahu ha sempre accarezzato l’ipotesi dal 2009, anno del suo ritorno al governo, a oggi.

Cinque le ondate di attacchi: sotto attacco il principale impianto di arricchimento nucleare a Natanz, come ha confermato l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, il centro di ricerca nucleare di Tabriz, basi a Kermanshah, Arak e Isfahan nel cuore del Paese e, chiaramente, la capitale. In attacchi mirati sarebbero stati uccisi il Generale di Brigata Mohammad Bagheri, comandante in capo delle Forze Armate e secondo comandante in capo dopo la Guida Suprema, il suo vice Gholamali Rashid e Hossein Salami, comandante delle Guardie Rivoluzionarie. Uccisi anche due alti scienziati nucleari, Mohammad Mehdi Tehranchi e Fereydoun Abbasi.

La manovra di Israele appare il combinato disposto tra una versione all’ennesima potenza della sempre più attiva campagna di esecuzioni mirate contro leader nemici condotta già contro vertici dei Pasdaran all’estero e leader di Hezbollah e Hamas tra Libano e Gaza, con la differenza che si è trattato in questo caso di colpire alti gradi di uno Stato sovrano, e ondate di attacchi di tipo strategico a siti posti in aree remote del territorio della Repubblica Islamica. Attacchi ancor più significativi se si considera che Tel Aviv avrebbe agito in solitaria, dato che gli Usa intenti a negoziazioni con l’Iran si sono dichiarati estranei ai raid.

Significativamente, è stato colpito e gravemente ferito anche Ali Shamkhani, consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei che guidava in molti casi il negoziato diretto con Washington. Un mese fa Shamkhani ha definito l’Iran pronto a firmare l’accordo sul nucleare nella sua versione rinnovata.

L’ampia raccolta intelligence del Mossad appare aver condotto Tel Aviv a obiettivi sistemici in tutto il Paese e la complessità della mossa dà l’idea di un piano programmato da anni, a cui il voto di giovedì dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica ha fornito il coronamento: “l’Iran sta portando avanti un programma segreto per assemblare un’arma nucleare, secondo l’intelligence israeliana, e ha materiale sufficiente per assemblare 15 bombe nucleari in pochi giorni”, ha dichiarato un funzionario del governo di Tel Aviv al New York Times, richiamando esplicitamente la risoluzione sul fatto che Teheran non sta rispettando i suoi obblighi di non proliferazione nucleare.

Netanyahu ha dichiarato che i raid continueranno “finché necessario”. L’Israel Defense Force ha definito la mossa un “attacco preventivo”. Per il Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir l’arricchimento nucleare di Teheran aveva “raggiunto il punto di non ritorno”. Parole che mostrano un clima d’urgenza ma anche un chiaro messaggio politico. Il primo obiettivo di questi raid è, oltre ad affermare la superiorità tattica israelian, quello di scavare una trincea invalicabile dai negoziati mediati dall’Iran. Un sabotaggio in grande stile e su larga scala in un Medio Oriente che brucia. E su cui si aspetta ora la mossa di Donald Trump e degli Usa. Contrari, nel principio, ai raid di Tel Aviv. Ma ora chiamati a capire se e in che misura sostenere il loro più ferreo alleato nella sua campagna più spericolata.

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