Israele blocca le cure ai casi gravi: da Gaza esce meno di un bambino al giorno

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Dal 1 gennaio al 7 maggio 2024 sono stati evacuati circa 296 bambini ogni mese. Dopo l’offensiva dell’IDF attorno al valico di Rafah nel sud della Striscia di Gaza, la media è crollata a 22 bambini al mese. Meno di un bambino al giorno.

Secondo MSF sono 14.000 i pazienti totali in attesa di evacuazione medica per cure urgenti. Se incrociamo questo dato con l’annientamento (quasi) totale delle strutture ospedaliere presenti nela Striscia capiamo che, come per l’acqua, il cibo e l’elettricità, anche le evacuazioni controllate sono un arma di oppressione di Israele.

“I bambini vengono evacuati dal punto di vista medico da Gaza a un ritmo di meno di un bambino al giorno. Se questo ritmo letalmente lento continua, ci vorrebbero più di sette anni per evacuare i 2.500 bambini che necessitano di cure mediche urgenti” racconta Unicef in un articolo-denuncia verso la comunità internazionale.

Molti dei casi clinici sono infezioni in stato avanzato, amputazioni, operazioni celebrali o trapianti. Questi pazienti non hanno giorni a disposizione, ma ore. Numeri alla mano è drammatico pensare che su 2.500 bambini, oltre 2.000 di loro vanno incontro a morte certa.

La situazione nella Striscia di Gaza si fa sempre più drammatica, con un impatto devastante sui bambini, tra i più vulnerabili in un conflitto che non conosce tregua. Migliaia di minori, feriti o gravemente malati, come riporta Medici Senza Frontiere in un post del 14 novembre, attendono un’evacuazione medica. I ritardi burocratici e politici continuano a mettere a rischio vite già precarie, aggravando una crisi umanitaria senza precedenti.

Blocchi e ritardi che costano la vita

Israele avrebbe bloccato le evacuazioni di bambini verso strutture mediche in Giordania gestite da Medici Senza Frontiere. L’accesso alle cure è un diritto fondamentale, ma nella Striscia di Gaza i corridoi umanitari sono spesso inaccessibili. La burocrazia e il blocco ai confini trasformano una speranza di salvezza in una condanna a morte. Molti di questi bambini sono affetti da gravi patologie o ferite da esplosioni, e ogni giorno di attesa diminuisce drasticamente le loro possibilità di sopravvivenza.

L’UNICEF, in un recente comunicato, ha denunciato il fenomeno dei “ritardi letali”. Centinaia di bambini feriti o malati non ricevono le cure necessarie per mancanza di autorizzazioni, attrezzature adeguate o personale sanitario. Gli ospedali nella Striscia, già sopraffatti dalla mancanza di risorse, non riescono a far fronte all’enorme afflusso di pazienti.

Ad essere responsabile degli spostamenti da Gaza e dalla Cisgiordania verso gli Stati limistrofi è il COGAT (Coordinator of the Government Activities in the Territories). È l’unità ufficiale israeliana incaricata del coordinamento e della facilitazione delle iniziative umanitarie. 

Un peso insostenibile sulla salute mentale

Oltre ai traumi fisici, la guerra lascia cicatrici profonde nella psiche dei più piccoli. Secondo Save the Children, il conflitto sta avendo effetti devastanti sulla salute mentale dei bambini. Le continue esplosioni, la perdita di familiari e amici, e la paura costante hanno trasformato l’infanzia in un incubo. Molti bambini soffrono di disturbi d’ansia, depressione e stress post-traumatico. Gli psicologi descrivono una generazione cresciuta sotto il peso della guerra, incapace di immaginare un futuro diverso.

Storie di sofferenza

E’ UNICEF a raccontare la storia di Mazyona, una bambina di 12 anni, da dentro la striscia di Gaza

“Mazyona ha riportato ferite devastanti al volto, che è stato quasi strappato via. I chirurghi hanno tenuto insieme la struttura rimanente, ma la ragazza necessita urgentemente di un trasporto medico per cure specialistiche e interventi alle ossa. Mazyona ha ancora delle schegge nel collo. Naturalmente prova un dolore immenso e le sue condizioni stanno peggiorando. Il platino usato chirurgicamente per ricostruire il suo viso sta uscendo e i medici hanno dichiarato che ha bisogno di interventi chirurgici fuori da Gaza per salvarsi la vita. A Mazyona è stata negata l’evacuazione medica per quattro volte”.

In uno degli ospedali di Gaza, un piccolo di 8 anni racconta come ha visto crollare la sua casa, perdendo entrambi i genitori. Ora vive in un rifugio, senza sapere dove andare. Un altro bambino, ferito gravemente, è stato rifiutato da tre ospedali per mancanza di posti letto. Questi racconti mettono in luce non solo l’orrore della guerra, ma anche l’indifferenza che amplifica la sofferenza.