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Una catastrofe umanitaria di proporzioni inimmaginabili incombe su Gaza. L’esaurimento delle scorte alimentari nell’arco di pochi gionri minaccia di aggravare ulteriormente una situazione giunta orami al completo collasso, facendo precipitare la popolazione in uno stato di estrema indigenza. La chiusura delle mense, imposta da un blocco che assume i tratti di una condanna, priva la popolazione di un vitale punto di supporto.

L’allarme lanciato dal Programma Alimentare Mondiale (WFP) riguarda una situazione di estrema urgenza. Le risorse necessarie per produrre pane a Gaza, già scarse, si esauriranno entro circa dieci giorni. L’isolamento imposto da Israele, che perdura da oltre quattro settimane, ha trasformato la lotta per la sopravvivenza in una battaglia impari. Con l’esaurimento di farina, lievito e carburante, l’unica risorsa alimentare rimasta saranno i biscotti fortificati, una magra razione di emergenza per 415.000 persone.

Nel frattempo, le poche cucine comunitarie sono costrette a fermarsi. Non c’è più gas, non c’è più legna, non c’è più niente con cui scaldare l’acciaio delle pentole. La Wefaq Association for Women and Childcare (WEFAQ) ha dovuto arrendersi: i pasti caldi per gli sfollati sono diventati un ricordo. “Siamo tornati indietro, più indietro di prima. Gaza è diventata un buco nero dove non entra niente: né cibo, né gas, né farina. Le organizzazioni umanitarie si fermano una dopo l’altra: senza carburante, senza fuoco, si cucina solo la disperazione”, racconta Buthaina Subeh, direttrice di WEFAQ.

Le bombe sulle cucine comunitarie

A partire dall’inizio dell’offensiva su Gaza, le forze armate israeliane hanno condotto bombardamenti che hanno distrutto almeno 26 cucine comunitarie e 37 centri di assistenza umanitaria. Un’azione di tale portata, con il conseguente annientamento di infrastrutture vitali, ha compromesso in modo significativo la capacità di sopravvivenza di una popolazione già stremata. La distruzione di tali strutture trascende la mera perdita di beni materiali, essa rappresenta un attacco deliberato al tessuto stesso della solidarietà umana e del sostegno reciproco. Madri che chiamano, famiglie che implorano, bambini che piangono. Fame che scava dentro, stringe le viscere, urla. Il bombardamento delle cucine comunitarie, luoghi in cui si garantiva il sostentamento ai più vulnerabili, non ha causato solo danni fisici, ma ha altresì inferto un danno inestimabile al senso di comunità e alla possibilità di un futuro condiviso. Un atto del genere, che colpisce la dignità umana e la coesione sociale, rappresenta il tentativo di annientare un popolo e la sua capacità di esistere come comunità.

L’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (OCHA) conferma la chiusura di almeno dieci cucine comunitarie nella Striscia di Gaza. La cessazione delle operazioni è attribuibile all’esaurimento delle scorte di carburante e al persistente rischio di attacchi da parte delle forze israeliane, fattori che hanno reso la preparazione dei pasti un atto di estrema difficoltà e coraggio.

Il 18 marzo, Israele ha rinnovato il suo assalto alla Striscia di Gaza, aggravando ulteriormente la situazione dell’enclave. L’invasione di terra, accompagnata da un incessante bombardamento, ha causato, da allora, la perdita di oltre 900 vite, in maggioranza donne e bambini. Dall’inizio del genocidio, il 7 ottobre 2023, il bilancio delle vittime è divenuto incalcolabile, trasformando le cifre in presenze spettrali, ombre silenziose nel flusso sterile dell’informazione.

Con la chiusura dei valichi il primo marzo, Israele ha nuovamente tagliato fuori la Striscia di Gaza dal resto del mondo. Niente cibo, niente carburante, niente medicine. La guerra non uccide solo con le armi, uccide anche con la fame, con il silenzio, con l’attesa di un aiuto che non arriva mai. Il WFP ha reiterato la richiesta di corridoi umanitari e di garanzie di sicurezza per gli operatori, esprimendo la necessità di un’azione umanitaria urgente. Nonostante ciò, le restrizioni imposte continuano a ostacolare l’accesso degli aiuti, è il silenzio a dominare, interrotto solo dal ruggito sordo delle esplosioni. E dalla fame. Fame che a Gaza di è trasformata in una condizione esistenziale. Un’assenza che si infiltra nelle ossa, nei pensieri, nel tempo.

La fame non ha ideologia

Non si può capire la fame se non la si vive. Non quella che si prova saltando un pasto o digiunando per qualche ora. La fame vera è qualcosa che ti svuota, ti annienta, ti riduce a una condizione ferina. Non pensi più al domani, non pensi più alla pace, alla politica, alla diplomazia. Pensi solo a mettere qualcosa sotto i denti, qualsiasi cosa. La fame non ha ideologia, non ha confini, non ha alleati. La fame è un’arma più crudele delle bombe, perché uccide lentamente, senza far rumore.

La narrazione storica suggerisce una ciclicità degli eventi, in cui determinate tragedie tendono a ripresentarsi con sconcertante regolarità. L’assuefazione a tali scenari, però, si rivela un’illusione, poiché l’impatto emotivo di ciascuna ripetizione rimane inalterato. Le immagini provenienti da Gaza evocano parallelismi con precedenti assedi, carestie e atti di violenza sistemica, ma la peculiarità del contesto attuale risiede nella diretta fruizione di tali eventi, che preclude qualsiasi alibi di ignoranza. Ciononostante, la sola consapevolezza non si traduce in azioni concrete, e la comunità internazionale continua a manifestare inerzia e disinteresse.

Nella Striscia di Gaza, mentre il pane diventa un miraggio e l’acqua un bene da razionare con matematica disperazione, la gente continua a resistere. Perché resistere è tutto ciò che rimane quando si è spinti sull’orlo dell’abisso. Ma per quanto ancora? Per quanto a lungo si può sopravvivere senza cibo, senza prospettiva, senza un domani?

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