I rapporti tra Israele e Iran si sono fatti sempre più tesi negli ultimi anni, da quando cioè Teheran ha inviato le proprie milizie e soldati in Siria per aiutare il presidente Bashar al-Assad nella guerra civile che dal 2011 sconvolge il Paese. La presenza iraniana e filo-sciita in uno Stato così vicino al proprio ha allarmato Israele, che non ha esitato a ricorrere all’uso della forza per proteggersi da quella che percepisce come una delle maggiori minacce alla propria esistenza. La tensione sembra destinata ad aumentare.

L’avvertimento israeliano

In un’intervista rilasciata il 30 giugno alla vigilia dell’incontro con il rappresentante speciale statunitense per l’Iran, Brian Hook, il premier Benjamin Netanyahu ha usato parole dure contro Siria e Iran, ribadendo ancora una volta la posizione di Israele rispetto all’espansione dell’influenza iraniana nella regione.

“Siamo assolutamente decisi a impedire all’Iran di radicarsi militarmente nelle nostre immediate vicinanze (…) Dico questo agli ayatollah di Teheran: Israele continuerà a prendere le misure necessarie per impedirvi di creare un altro fronte terroristico e militare contro Israele”. Il timore dello Stato ebraico è che l’Iran riesca a dar vita al progetto della Mezzaluna sciita, che prevede la proiezione dell’influenza iraniana fino al Libano, passando per Afghanistan e Siria.

Nel suo discorso alla stampa, Netanyahu ha lanciato un avvertimento anche al presidente siriano: “E dico a Bashar al-Assad: stai rischiando il futuro del tuo paese e del tuo regime”. Parole inequivocabili che fanno seguito ad un aumento degli attacchi aerei contro postazioni filo-sciite sul territorio siriano e la cui responsabilità è stata sempre addossata a Israele, che dal canto suo ha solo in alcuni casi confermato le accuse siriane. Generalmente infatti le autorità israeliane preferiscono non commentare le operazioni militari condotte in Siria contro Iran ed Hezbollah, anche se la strategia di pressione di Israele contro le milizie filo-sciite non è certo un mistero. Una strategia che, secondo l’ex ministro della Difesa Naftali Bennett, avrebbe dato ultimamente i suoi frutti: fonti israeliane a inizio maggio avevano diffuso la notizia del ritiro delle forze iraniane dalla Siria e della relativa chiusura di alcune basi operative. L’approccio israeliano quindi sembra aver dato i suoi frutti – complice anche la morte per mano americana del generale Qasem Soleimani – e le parole di Netanyahu lasciano intendere nemmeno troppo velatamente che le operazioni militari continueranno anche nel prossimo futuro.

Le sanzioni

La pressione contro la Repubblica islamica tuttavia non passa solo per il fronte militare. Il primo ministro israeliano il 30 giugno ha incontrato il rappresentante speciale Usa Hook anche per discutere del rinnovo delle sanzioni contro l’Iran, in scadenza ad ottobre 2020. Secondo il premier Netanyahu la fine dell’embargo rappresenta una minaccia non solo per Israele, ma in generale per tutta la regione mediorientale e i suoi timori sono stati confermati anche dal rappresentante speciale. “L’Iran sarebbe in grado di esportare armi e tecnologie ai propri proxy come Hezbollah, Jihad islamica (in Palestina), Hamas, ai gruppi sciiti in Iraq e Bahrein e agli houthi in Yemen”, ha dichiarato Hook. Perché le sanzioni vengano rinnovate è però necessario anche l’appoggio di Russia e Cina all’interno del Consiglio di sicurezza dell’Onu e nessuno dei due Paesi ha intenzione di appoggiare la posizione degli Stati Uniti. Da qui la condanna del premier Netanyahu, secondo cui la comunità internazionale da una parte è collusa con l’Iran, dall’altra non riesce a farsi valere contro un Paese che a suo dire ha continuato fino ad oggi a lavorare per ottenere l’atomica, mentendo quindi al mondo circa le proprie reali intenzioni.

L’incontro con Hook è stata anche l’occasione per Netanyahu per attaccare il ministro della Difesa nonché alleato Benny Gantz. “Ci sono delle questioni importanti di cui dobbiamo discutere e che non hanno a che fare con il coronavirus“, ha affermato il premier, in piena contraddizione con le ultime parole dell’ex generale, secondo cui tutto ciò che non riguarda la lotta al Covid per il momento può aspettare. Molto probabilmente l’ex generale si riferiva al piano di annessione della Valle del Giordano che Netanyahu voleva portare avanti a partire dal primo luglio e che è stato invece rimandato, con grande disappunto del primo ministro in carica.

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