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Nel bel mezzo del regime-change in Siria, Israele sta portando avanti ciò che auspicava da tempo. Da un lato, com’è noto, le forze israeliane stanno prendendo il controllo di parte del territorio siriano, spingendosi ben oltre l’area che già occupavano da tempo. Contemporaneamente, Tel Aviv si sta muovendo anche dal punto di vista legislativo. Già, perché lunedì scorso la Knesset, ovvero il parlamento israeliano, ha approvato un piano per aumentare il numero dei coloni sulle Alture del Golan.

Occorre ricordare come queste terre, che appartengono alla Siria, siano occupate illegalmente da Israele dal 1967. Difatti, nessun paese, eccetto gli Stati Uniti, riconoscono le rivendicazioni di Tel Aviv sulle Alture del Golan. Nulla importando il diritto internazionale e le deliberazioni delle Nazioni Unite, Israele conta più di 30 insediamenti nella zona, dove vivono attualmente oltre 25 mila israeliani ebrei. Eppure ciò non è abbastanza per i sogni in grande di Netanyahu e compagni. Per questo, il suo governo ha stanziato oltre 40 milioni di shekel (che corrispondo a circa 11 milioni di dollari) per “raddoppiare la popolazione israeliana nella regione”. Sulla vicenda, Al Jazeera riporta direttamente le parole fiere di Benjamin Netanyahu: “Rafforzare il Golan significa rafforzare lo Stato di Israele. Continueremo a mantenerlo, farlo prosperare e ad insediarci in esso”. Slogan inconciliabili con la versione precedente dei fatti, che vedeva l’avanzata israeliana in Sira come “una legittima difesa” e “temporanea”.

Certo, al momento, il piano approvato dalla Knesset “per lo sviluppo demografico” non riguarda le recenti zone occupate dai carri armati dell’IDF, bensì i 1200 chilometri quadrati della parte occidentale della regione. 

Ma secondo Nour Odeh, analista politico di Al Jazeera, “Netanyahu sta sfruttando questo momento per annunciare ulteriori attività di insediamento al fine di consolidare l’occupazione e renderla permanente”. Proprio come sta facendo in Cisgiordania, dove si è assistito ad una crescente appropriazione temporanea di terre, che nel tempo è divenuta permanente.

I bombardamenti in Siria continuano

Nel frattempo, Israele, insieme agli Stati Uniti sta continuando a bombardare pesantemente la Siria. I numerosi attacchi hanno distrutto tutte le basi militari del Paese, rendendolo, di fatto, smilitarizzato. L’ultimo raid, avvenuto tra domenica e lunedì nella regione di Tartus, nella zona occidentale, ha causato esplosioni enormi, tra cui una così potente da essere registrata come un terremoto di magnitudo 3,1 sulla scala Richter.

Con quello di Tartus, salgono a 800 i raid aerei che Israele ha lanciato in Siria da quando l’ex presidente Bashar al-Assad è stato rovesciato dal potere.

Dal canto suo, Netanyahu ha celebrato e rivendicato il cambiamento di regime, perché Assad era un alleato dell’Iran e di Hezbollah. Quanto ai bombardamenti, il primo ministro israeliano continua ad insistere sul fatto che “mirano a sventare le potenziali minacce provenienti dalla Siria e a prevenire il controllo di elementi terroristici vicino al confine”. Con la stessa motivazione, le forze di Tel Aviv si sono stanziate nella regione meridionale siriana. Gli Stati Uniti hanno sostenuto l’appropriazione di quelle terre da parte di Israele, inquadrandola come un’azione difensiva. Non a caso, nel 2019, la prima amministrazione Trump aveva riconosciuto e legittimato la presenza israeliana sulle Alture del Golan. Insomma, nulla di nuovo sul fronte mediorientale.

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