Israele ha ucciso Hassan Nasrallah nel raid su Beirut di ieri sera. L’attacco a una serie di abitazioni nel Sud della capitale libanese dove l’intelligence israeliana avrebbe individuato il capo di Hezbollah, intento a convocare una riunione dei vertici del gruppo decapita il Partito di Dio, E dà l’idea della portata dell’offensiva scatenata il 17 settembre scorso da Tel Aviv con gli attacchi asimmetrici condotti tramite i cercapersone-bomba. Ascesa poi a campagna su larga scala con dieci giorni di raid aerei e missilistici.
La caccia al fantasma Nasrallah
Nasrallah era stato per quasi vent’anni un fantasma, dopo aver contribuito a mettere sotto scacco Tel Aviv nella breve guerra combattuta nel Sud del Libano. Hezbollah ha rappresentato a lungo una spina nel fianco e un problema insoluto per lo Stato Ebraico. Il sostegno dato da Hezbollah ad Hamas dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 ha offerto a Tel Aviv il pretesto per consolidare una strategia che appariva evidentemente elaborata da tempo: la graduale concentrazione delle forze per colpire e disarticolare Hezbollah partendo dalla sua prima vulnerabilità, quella delle comunicazioni e della human intelligence.
L’escalation graduale fino alla decisione di colpire Nasrallah con l’obiettivo di eliminarlo è stata programmata e consolidata dopo il discorso incendiario di Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite. Fonte di legittimazione politica interna a Israele, dove il muro contro muro con la comunità internazionale è palese, per un conflitto che ha il nemico vicino in Hezbollah ma l’obiettivo più palese nel principale rivale regionale di Tel Aviv, l’Iran. Sarebbe riduttivo, infatti, inquadrare solo nell’espansione della guerra a Gaza le mosse israeliane. Il nesso – formale – che lega i due teatri è la scelta israeliana di includere nei negoziati per la fine del conflitto con Hamas il ritorno dei civili sfollati nel Nord del Paese dopo gli attacchi di Hezbollah dei primi giorni di guerra. Ma in realtà si tratta di un pretesto.
Perché Israele alza la posta
Alzare la posta dello scontro dopo un anno di scambi di colpi attraverso il confine israeliano-libanese è funzionale a una strategia più ampia delle forze di sicurezza di Tel Aviv. Ora o mai più: colpire i vertici di Hezbollah, puntando direttamente a Nasrallah, imponeva di andare in all in. Mostrare la pervasività dell’infiltrazione, delle informazioni raccolte, della superiorità militare e tecnologica. Per irretire gli sciiti libanesi ma, soprattutto, mandare un forte messaggio all’Iran in una fase in cui Teheran, indecisa sul da farsi, è un Giano Bifronte. Da un lato, il volto dialogante del neo-presidente Massoud Pezeskhian, che cerca una riconciliazione con le cancellerie internazionali, specie occidentali, e la stabilità. Dall’altra, l’inevitabilità di un processo di riarmo di fronte alle minacce regionali che per molti osservatori israeliani rischierebbe di concretizzare la conquista dell’atomica in tempi brevi.
Si colpisce Hezbollah per colpire l’Iran. E l’attacco sistematico a tutti i vertici del Partito di Dio, fino al capo della struttura, lancia un messaggio sicuramente netto da Israele all’Iran e ai suoi alleati regionali: la soglia dell’escalation non è ancora stata fissata. A prescindere dall’esito del conflitto a Gaza. Lo dimostra, come scrive il Times of Israel, il fatto che la mossa era studiata da tempo: “Venerdì le Israel Defense Force hanno anche rivelato che in tre diverse occasioni durante la guerra erano pronte ad intensificare le loro azioni offensive contro Hezbollah, in un’operazione ora nota come Northern Arrows, lanciata lunedì con circa 2.000 munizioni sganciate dall’aeronautica militare israeliana su obiettivi di Hezbollah in Libano nel giro di 24 ore: l’operazione più estesa condotta dall’Israel Air Force”.
Obiettivo Iran
Il combinato disposto tra il discorso di Netanyahu all’Onu e la mossa su Beirut di ieri aiuta a capire perché il vero bersaglio di Tel Aviv, oggi, in un contesto che vede la situazione sul campo a Gaza bloccata e gli obiettivi strategici nella Striscia insoddisfatti, sia il danneggiamento dell’Asse della Resistenza a guida iraniana. “Non c’è posto in Iran che non possiamo colpire”, ha detto Netanyahu. Invitando poi al contrasto della Repubblica Islamica e, soprattutto, ripescando la proposta di trattato di mutuo riconoscimento con l’Arabia Saudita che sembrava sepolta per la guerra a Gaza. Segno che, retoricamente, i due conflitti sono teatri separati per Israele. E che dai colpi a Hezbollah passano le future mosse anti-iraniane. In un contesto che vede il Medio Oriente sull’orlo dell’escalation e Israele tutt’altro che certa di vincere una duplice guerra.
Si tratta di invertire il trend distensivo avviato con la riappacificazione iraniano-saudita un anno e mezzo fa, aprire alla coalizione araba anti-sciita, vanificare la capacità di deterrenza delle forze filo-iraniane nella regione: obiettivi difficili ma che per Israele sono ancora più importanti di quelli della guerra a Gaza, su cui non sono in gioco le linee decisive della sicurezza nazionale di Tel Aviv. Un insieme di fattori, questo, che invita a pensare come la pace della regione sia ancora assai lontana.

