Israele ai suoi soldati: ammazzate pure ma non mostratevi sui social

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Dopo 15 mesi di guerra spietata, per i soldati dell’IDF cambiano le regole per l’utilizzo dei social media. I video degli edifici fatti saltare in aria, delle case distrutte e date alle fiamme e delle altre numerose violenze perpetrate, filmate con ilarità dagli stessi israeliani in servizio a Gaza, hanno fatto il giro del web (su InsideOver ne abbiamo parlato anche qui). Adesso però, l’esercito di Tel Aviv ha diramato nuove direttive che impongono ai soldati il divieto assoluto di comparire nei video e nei selfie scattati nell’enclave palestinese. Tali regole mirano alla “salvaguardia e alla tutela dell’identità dei soldati”, mentre nulla si è imposto per porre fine a certe follie. 

Nello specifico, i militari “con il grado di colonnello o inferiore possono essere filmati solo di schiena, con il volto oscurato, e può essere utilizzata solo la prima iniziale del loro nome [sugli account social]”. Inoltre, “i soldati con cittadinanza straniera non potranno rivelare i propri nomi completi nelle interviste”.

Il nuovo protocollo è stato adottato dopo che un ufficiale israeliano in visita in Brasile è “fuggito dal Paese a causa di un ordine di un tribunale brasiliano, che chiedeva un’indagine su di lui per presunti crimini di guerra”, basata, per l’appunto, su post pubblicati sui suoi social media (che mostravano la distruzione in diretta di case palestinesi).

La Fondazione Hind Rajab

La vicenda è nata dopo che la Hind Rajab Foundation, un’organizzazione per la difesa dei diritti del popolo palestinese, ha presentato una denuncia nei confronti del soldato israeliano, corredata da un massiccio dossier di 500 pagine, contenente “presunte prove di crimini di guerra, tra cui video e foto postate dal soggetto stesso sui profili social”.

Ebbene, il soldato in questione non sarebbe l’unico ad essere finito nel vasto archivio della HRF, anzi. Pur essendo nata da pochi mesi, l’organizzazione – che porta il nome della bambina di cinque anni uccisa dall’IDF lo scorso febbraio a Gaza City – ha raccolto più di 8mila prove, tra cui documenti, foto, video, rapporti forensi, registrazioni audio e post sulle piattaforme social. Parte del materiale in questione non solo è stato inviato alla Corte penale internazionale, che si occupa di giudicare i singoli responsabili, ma è stato segnalato anche ai Paesi d’origine dei soldati con doppia cittadinanza e a quelli in cui i militari si recano in vacanza.

Tra i crimini documentati dalla Fondazione, ci sono la distruzione di infrastrutture civili, il saccheggio, l’uso di pratiche disumane contro i civili e omicidi perpetrati nei confronti di persone disarmate e identificate come non militanti di Hamas. Filmati terribili ed eloquenti, che possono essere visionati anche nella video inchiesta pubblicata da Al Jazeera, lo scorso ottobre.

La giurisdizione universale ai tempi dei social

Quanto alla giurisdizione universale, un tempo era difficile per un magistrato ottenere prove di un crimine di guerra commesso in un altro Paese. Ciò è cambiato con i social media. Infatti, come ha dichiarato al NYT Yuval Shany, professore di Diritto internazionale presso l’Università Ebraica di Gerusalemme: “Una volta che hai filmato e documentato te stesso mentre commetti un crimine di guerra, è molto più facile perseguirti, anche in un tribunale che si trova dall’altra parte del mondo”.

“Sebbene i clip sui social possano essere estrapolati dal contesto o mal interpretati – ha continuato il professor Shany – alcuni di essi sembrano davvero molto gravi. C’è questo potenziale grado di responsabilità che non abbiamo mai visto prima nelle guerre, semplicemente perché era troppo difficile raccogliere prove”. Adesso, invece, è sufficiente passare al setaccio i profili dei soldati dell’IDF: è tutto lì e ben visibile.

Nella sua guerra contro la Giustizia internazionale Israele gode del sostegno di tanto potere di questo mondo. Ieri, ad esempio, ha incassato due vittorie: la Polonia, che aveva minacciato di arrestare Netanyahu se avesse preso parte alla commemorazione di Auschwitz, ha dichiarato, per bocca del suo presidente, che godrà di un salvacondotto per poter partecipare all’evento; in parallelo, la Camera degli Stati Uniti ha approvato una norma che prevede sanzioni contro i magistrati che proveranno ad arrestare o indagare su Netanyahu.