Ci sono alcune novità interessanti sul misterioso bombardamento aereo che ha colpito le forze pro-siriane ad Abu Kamal. Un funzionario americano intervistato dalla Cnn ha riferito che dietro il raid che ha ucciso 38 miliziani, vi sarebbe Israele e non, come pensato all’inizio, gli Stati Uniti.

Il Pentagono continua a negare di aver partecipato all’attacco al confine fra Siria e Iraq. Un portavoce della coalizione ha detto che non ci sono stati strike nella zona vicino ad Abu Kamal e ha detto che non ci sono prove di un’azione svolta da una forza della coalizione internazionale a guida Usa. 

È raro che un funzionario della Difesa americana si lasci andare a commenti sulla responsabilità israeliana riguardo a un raid aereo in territorio siriano. Se lo ha fatto, evidentemente vi sono motivazioni legate alla prova della validità di un accordo preso con le controparti nel conflitto.

Ma potrebbe essere anche un segnale di non voler coprire troppo le azioni intraprese dall’aviazione israeliana, che, con questo raid, potrebbe creare molti problemi alla delicata situazione nel Sud della Siria,m dove le forze di Bashar al Assad si preparano a riconquistare le sacche ribelli di Daraa.

Le Israel defense forces (Idf) non hanno voluto commentare il bombardamento né le informazioni rilasciate dall’anonimo funzionario Usa. Ma questa politica israeliana non è una novità. Da sempre le Idf negano commenti specifici su azioni svolte in Siria. Il più delle volte, la ratio dietro questa scelta è nel lasciare il dubbio ai nemici e agli alleati. In sostanza, l’obiettivo è creare confusione e non dare certezze a nessuno: una guerra psicologica che serve anche per evitare condanne.

Tuttavia, il fatto che questo raid possa essere stato compiuto da Israele non sembra essere un’ipotesi peregrina. Più volte i funzionari statunitensi e israeliani hanno detto che le milizie filo-Assad che operano tra Siria e Iraq sono legate all’Iran. E l’Iran è il bersaglio di Israele in tutto il Medio Oriente, specialmente in territorio siriano.

La differenza, rispetto alle altre volte, è che l’area è molto distante rispetto al tipico raggio d’azione israeliano. Di solito i raid dell’aeronautica israeliana si svolgono fra Damasco e Homs e hanno interessato convogli di Hezbollah o, come negli ultimi mesi, quelle che sono ritenute basi iraniane in Siria. E non è un caso che le prime ricostruzioni dei media siriani abbiano parlato dell’utilizzo di un drone.

I jet israeliani avrebbero dovuto superare importanti ostacoli per colpire quell’area tra Al-Tanf e Abu Kamal e le difese siriane si sarebbero attivate per contrastare la violazione del proprio spazio aereo.

La possibile responsabilità israeliana di questa azione non deve comunque sorprendere alla luce delle recenti dichiarazioni da parte di Tel Aviv. “Agiremo – e stiamo già prendendo provvedimenti – contro gli sforzi dell’Iran per stabilire una presenza militare propria e dei suoi proxy in Siria, sia vicino al confine che nella Siria profonda. Agiremo contro questi tentativi in tutto il territorio siriano”, ha dichiarato il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una riunione del gabinetto di sicurezza domenica scorsa.

Nel fine settimana, lo stesso Netanyahu ha parlato al telefono sia con il segretario di Stato americano Mike Pompeo sia con il presidente russo Vladimir Putin. E le parole del premier di Israele sono state sempre le stesse: l’Iran deve ritirarsi da tutto il territorio siriano. Il bombardamento è un messaggio rivolto sia alla Russia che agli Stati Uniti? In caso di conferma della responsabilità israeliana, la risposta è che molto probabilmente sì, Israele ha voluto lanciare un segnale chiaro.

Gli accordi tra gli attori del conflitto siriano stanno permettendo una sosta dei raid israeliani per evitare che si blocchi le riconquista dell’esercito siriano a Sud. Ma Israele vuole garanzie sulla fine della presenza iraniana e di Hezbollah in tutta la Siria, anche al confine con l’Iraq.

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