Prima partiamo dalla “non notizia” che, in queste ore, gran parte dei media ha riportato: al fianco delle truppe di Recep Tayyip Erdogan sono presenti numerosi combattenti legati, chi in un modo e chi in un altro, alla galassia jihadista che da otto anni a questa parte sta tormentando la Siria. Una “non notizia” perché una situazione simile si era già verificata prima a Manbij e poi ad Afrin.

Il Sultano, infatti, ha sempre utilizzato i terroristi, spesso legati ai Fratelli musulmani, per portare avanti i propri interessi oltre confine. L’autostrada del jihad è stato l’esempio. La legione straniera dell’Esercito siriano libero, che ora è parte dell’Esercito siriano nazionale, ne è la prosecuzione. Quelli che fino a ieri venivano chiamati “ribelli moderati” oggi diventano jihadisti in piena regola che, nelle ultime ore, hanno provocato la fuga di almeno 130mila persone (secondo i numeri dell’Onu).

Basta vedere le immagini che provengono dal nord della Siria per rendersene conto. Un video diffuso su Twitter mostra ad esempio dei miliziani che stanno appoggiando l’avanzata turca obbligare un uomo a uscire dalla macchina. “I maiali del Partito curdo dei lavoratori”, dicono. “Allah Akbar”. E poi: “I loro prigionieri”. Risponde un altro guerrigliero: “Prendi il mio telefono, filmami mentre gli sparo con questo fucile da cecchino”. Partono così i colpi. Uno, due, tre: tutti rivolti contro il corpo esanime del malcapitato.

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Erdogan’s Syrian mercenaries executing people.#EthnicCleansingOperation pic.twitter.com/Ogk08gA5nY

— Mekut (@Mekut_Mallet) October 12, 2019


In un altro video, invece, si vedono altri miliziani che avanzano per combattere contro i curdi. Desiderano riprendersi tutta la Siria, dicono: vogliono arrivare fino ad Abu Kamal, al confine con l’Iraq, Al Mayadin e Deir Ezzor, la città avvolta dal deserto che per anni ha resistito alle barbarie dell’Isis. Poi un uomo alza la mano al cielo e pronuncia una semplice parola, “Baqiya“, ovvero la formula abbreviata di “Dawlat al-Islam Baqyia”, che significa: “Lo Stato islamico resta”. Infine tutti alzano il dito indice al cielo e pronunciano la frase di rito: Allah Akbar, Allah Akbar, Allah Akbar.

Un altro video, ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo, mostra un miliziano del gruppo “Sultan Murad” prendere a calci il corpo morto di una donna curda curda: “Questo è il cadavere dei maiali”, dice. Successivamente, si scoprirà che il cadavere è di Hevrin Khalaf, attivista per i diritti delle donne e segretaria del Partito per il Futuro della Siria.

A video showing a member of Turkish-backed Sultan Murad group steps on the corpse of a woman with features very similar to those of Hevrin Khalaf.
We have censored the the footage due to its sensitivity. pic.twitter.com/mWurLyR4Wo

— Mekut (@Mekut_Mallet) October 12, 2019


La formazione maggiormente con più simpatie per l’Isis sarebbe Ahrar al Sharqiya, “un gruppo di ribelli siriani armati originario del Governatorato di Deir ez-Zor, di ideologia nazionalista e islamista, fondato da alcuni fuoriusciti di Al Nusra tra cui Abu Maria Al Qahtan” (Repubblica). In passato questo gruppo avrebbe stretto anche accordi con l’Isis. E questo non ci stupisce.

In questi otto anni di guerra, infatti, si è sempre chiuso un occhio (talvolta anche due) sulle simpatie dei gruppi ribelli. Ora però tutti sembrano essersi resi conto che qualcosa nella narrazione degli eventi siriani è andata storta. Ma è troppo tardi. Un ennesimo massacro si è già abbattuto in questa parte di mondo, che sembra essersi dimenticato della parola pace.