Il Patto della Mecca, siglato lo scorso 7 agosto da Turchia, Pakistan e Arabia Saudita, prevede che in caso di attacco a uno dei tre Paesi firmatari gli altri debbano comportarsi come se l’attacco fosse avvenuto entro i propri confini. La mutua difesa è esplicitata in uno dei punti, con una formula in tutto simile a quanto affermato nell’articolo 5 del trattato della Nato: “Qualunque attacco armato contro qualunque dei tre Stati sarà considerato come un attacco contro tutti loro”.
In teoria, quindi, Turchia e Pakistan dovrebbero muoversi come se gli attacchi degli Houthi nel sud dell’Arabia Saudita, che hanno colpito diverse città, ferito 73 persone e danneggiato impianti energetici, fossero stati diretti anche contro di loro.
L’opzione sul tavolo
Fonti pakistane citate da Türkiye Today hanno rivelato che Islamabad valuta la possibilità di ritorsioni contro il movimento sciita in Yemen su richiesta di Riyad, ma la decisione non è ancora stata presa in maniera definitiva. Uno degli obiettivi principali, in caso di intervento, sarebbe quello di liberare la regione di Saadah, storica roccaforte Houthi nel nord dello Yemen tramite raid aerei mirati. Le stesse fonti sostengono che l’operazione, se autorizzata, potrebbe scattare a breve, con l’annuncio ufficiale che arriverebbe solo a cose fatte. Un dettaglio che lascia intendere che la questione sia trattata con la massima riservatezza dai vertici militari pakistani.
Perché il Pakistan non è ancora intervenuto
Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e il Ministero degli Esteri di Islamabad hanno condannato duramente gli attacchi degli Houthi definendoli “vigliacchi” e confermando piena solidarietà e supporto alla sovranità saudita. Il ministro della difesa, Khawaja Asif, ha invece affermato che, di fronte a un’aggressione non provocata o a uno sconfinamento sul suolo saudita, il Patto della Mecca sarà attivato senza alcuna ambiguità. Durante lo stesso intervento, però, Asif ha sottolineato la natura difensiva dell’accordo, ricordando che la forza combinata dell’alleanza ha una funzione più che altro di deterrenza. Definendo gli Houthi “attori non statali”, il ministro ha lasciato intendere che Islamabad non ritiene che si sia superata una linea rossa, cosa che sarebbe certamente avvenuta se gli attacchi fossero avvenuti via terra, o se i bombardamenti fossero stati condotti da un’entità statale a tutti gli effetti.
Per il comando militare di Rawalpindi, intervenire contro Ansarullah in Yemen o nel Mar Rosso trascinerebbe il Pakistan in un conflitto asimmetrico che potrebbe trasformarsi in un pericoloso pantano; una situazione da evitare a ogni costo anche per non rischiare ritorsioni da parte dell’Iran, col quale il Pakistan condivide 900 km di confine. Islamabad deve già sostenere la pressione del confronto con l’India, le tensioni sul confine afghano e i problemi di sicurezza interna in Belucistan e Khyber Pakhtunkhawa.
C’è poi una risoluzione parlamentare del 2015, approvata all’unanimità, che impone la stretta neutralità nel conflitto yemenita, per consentire al Pakistan di mantenere un ruolo di mediatore diplomatico nel mondo musulmano. Quell’anno, i sauditi avevano chiesto a Islamabad truppe, aerei e navi per la coalizione contro gli Houthi. Il Pakistan, con la risoluzione del Parlamento, aveva declinato, pur promettendo di difendere l’integrità territoriale degli alleati in caso di minaccia diretta: una distinzione che si ripropone adesso dopo più di dieci anni.
Oltre a questi fattori, va considerato che il Pakistan ospita la seconda popolazione musulmana sciita più numerosa al mondo. Imbarcarsi in un conflitto contro gli Houthi rischia di alimentare tensioni e violenze settarie interne.
Anche Riyad si muove con cautela
Neanche Riyad, d’altra parte, trarrebbe vantaggio da un’escalation regionale. Il Regno ha già sperimentato, tra 2015 e 2022, il costo di una guerra diretta contro gli Houthi: anni di raid aerei non hanno piegato il movimento sciita e la tregua del 2022, mediata dall’Onu, non si è mai concretizzata in un accordo di pace duraturo. Mohammad bin Salman ha investito un grande capitale economico e politico nel piano Vision 2030, e l’escalation regionale comprometterebbe il successo dell’operazione, mettendo in discussione anche gli sforzi diplomatici – mediati dalla Cina – per un riavvicinamento con Teheran, sponsor numero uno degli Houthi. Per questo Riyad preferirebbe mantenere una postura difensiva, premendo sul valore deterrente del Patto della Mecca. L’alleanza con una potenza nucleare come il Pakistan e con un membro della Nato potrebbe scoraggiare nuovi attacchi più di un’operazione militare dagli esiti incerti.
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