Nel sud della Siria, lo Stato islamico è ormai scomparso. L’attentato di Sweida ha segnato l’orrenda uscita di scena di un nemico subdolo che ha perso vigore proprio dopo la sua strage. Gli oltre duecento morti che hanno insanguinato la città della Siria meridionale sono stati l’ultimo lascito di un incubo che ha imperversato fra Siria e Iraq per molti, troppi anni. Ma la guerra, almeno in quell’area, volge al termine. E le bandiere nere del Califfato vengono ammainate per lasciare il posto ai drappi dell’esercito siriano.

Nelle ultime settimane, il bacino dello Yarmouk, ultima roccaforte jihadista a sud della Siria, è stato assediato da ogni parte. L’esercito siriano ha colpito da terra, mentre l’aviazione di Damasco, insieme a quella russa, ha bombardato le postazioni più interne. E Daesh, dopo le ultime città liberate, si appresta a scomparire del tutto. Gli ultimi terroristi che non si sono arresi a Damasco e alle sue forze, fuggono in mezzo al deserto, dove rimangono i loro ultimi appoggi. Per il resto, il bacino dello Yarmouk  è di nuovo sotto il controllo del governo. Come riporta l’agenzia siriana Sana, sono ormai molti i villaggi liberati. Ma anche in questo caso, i terroristi e le famiglie continuano a essere evacuate dalle forze governative.

Una notizia che nasce anche da alcune importanti novità delle ultime settimane. In primis, l’accordo raggiunto fra Israele, Russia e Stati Uniti sul confine fra la Siria e lo Stato ebraico. Il governo israeliano ha avuto garanzie che l’avanzata dell’esercito siriano verso Alture del Golan si sarebbe fermata a Quneitra, evitando che si potessero ricreare le condizioni per un nuovo scontro fra i due Stati. Il Golan resterà sotto il controllo dell’esercito israeliano al netto di ogni tentativo di Damasco di riprendere quell’area annessa de facto da Israele.

Una volta raggiunto questo accordo, le forze si sono potute concentrare sulle sacche ribelli e su quelle dei terroristi dello Stato islamico. Due episodi hanno fatto capire che tutti avessero raggiunto l’accordo l’eliminazione dei terroristi. Quasi in concomitanza con l’abbattimento del jet siriano accusato da Israele di aver violato il proprio spazio aereo per più di un chilometro, c’è stato un lancio di razzi dalla Siria che sono terminati nel lago di Tiberiade. Due missili Grad che sono finiti in acqua senza causare vittima.

Dopo questo episodio, Israele ha reagito bombardando in territorio siriano. Ma questa volta è stato un raid abbastanza diverso dal solito. Da parte delle Israel defense forces (Idf) è infatti arrivato un comunicato in cui si dichiarava immediatamente che quei missili non fossero partiti da postazioni dell’esercito siriano, di Hezbollah o di una milizia locale legata a Damasco. Così, Israele ha identificato la base di lancio dei missili e chi fosse il responsabile: la filiale Khalid Ibn Walid dell’Isis. 

Per anni Israele non aveva bombardato quell’area. Motivi strategici molto chiari: era un nemico del proprio nemico. Adesso, invece, le cose sono cambiate. Israele ha avuto le garanzie che cercava, almeno da parte di Damasco e grazie al placet di Mosca. E l’aviazione israeliana ha colpito l’Isis in territorio siriano. Tanto è vero che lo stesso ministero della Difesa russo ha voluto ringraziare Israele con un comunicato ufficiale: “Il comando delle forze armate russe in Siria ha usato gli esistenti canali di comunicazione per ringraziare il comando delle Idf per aver ucciso i terroristi e aver fermato una provocazione enorme”.

Così recita la dichiarazione diramata dalla Difesa di Mosca. L’esercito russo ha anche sostenuto che le forze islamiste del ramo locale di Daesh volessero colpire Israele da una posizione vicina a quelle delle forze siriane per far sì che le Idf bombardassero le truppe di Bashar Al Assad. Una spiegazione che inserita nel contesto della guerra di Siria, fa capire l’importanza di certe azioni e il loro significato profondo.

Adesso, dopo che l’esercito siriano e i suoi alleati hanno liberato definitivamente il sud dai terroristi, si attende la stabilizzazione dell’area. Lavoro complicatissimo dove la parte del responsabile l’ha ottenuta Vladimir Putin. Le forze siriane controllano tutto il confine con Israele  con la Giordania, ma  Benjamin Netanyahu ha chiesto (e ottenuto) che fosse il comando russo e la polizia militare inviata dal Cremlino a gestire punti di osservazione e monitorare tutto il traffico civile e militare della regione. Ancora una volta, la Russia, e in particolare Putin, si trova a dover mediare fra forze contrapposte.