Un business con entrate nette che vanno dai 150 ai 200 milioni di dollari ogni anno, per il quale lo Stato Islamico ha anche costituito un ministero ed un dipartimento ad hoc. Il contrabbando di reperti archeologici è una delle più importanti fonti di finanziamento per gli uomini del Califfato, e ieri l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin, ha svelato alcuni importanti particolari relativi a questo traffico.Le città turche al centro del traffico dei reperti archeologici del CaliffatoTutto è partito da un’inchiesta esclusiva, realizzata alla fine di marzo dai corrispondenti del network di informazione russo Russia Today, nella città di al Shaddadi, nel nord della Siria,  liberata lo scorso febbraio dalle Forze Democratiche Siriane e dai curdi dell’Ypg, dopo due anni di occupazione da parte dell’Isis. Ad al Shaddadi i reporter di RT hanno ottenuto in visione dalle Unità curde di Protezione del Popolo, le Ypg, alcune note stilate proprio dall’Isis, ed in particolare da un sedicente ministero delle Risorse Naturali del Califfato e dal suo dipartimento per i reperti archeologici. Una delle note, in particolare, è indirizzata da un militante dello Stato Islamico ad una guardia di frontiera turca, definita nel testo come “il fratello responsabile per la frontiera”, alla quale l’uomo dell’Isis chiede di “assistere” il passaggio in Siria, attraverso il proprio posto di controllo, di un commerciante turco di antichità, per “motivi di mutuo profitto”.Il territorio turco assume, quindi, un ruolo cruciale in questo business, anche secondo quanto afferma Churkin nella lettera indirizzata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. È attraverso il territorio turco infatti, che prende forma il contrabbando dei reperti archeologici trafugati nei territori controllati dal Califfato in Siria e in Iraq. “Il principale centro per il traffico di reperti archeologici è la città turca di Gaziantep, dove i beni trafugati vengono venduti tramite aste illegali, attraverso una rete di negozi di antiquariato e nei mercati locali, a Bakırcılar Çarşısi, a Eski Saray Street e nel quartiere di Şekeroğlu”, si legge nella missiva redatta dall’ambasciatore russo all’Onu, resa pubblica nella serata di mercoledì.Aste illegali, mercati locali, eBay: così l’Isis gestisce il traffico di antichitàDa Gaziantep i gioielli, le monete e gli altri reperti vengono trasferiti nelle città turche di Smirne, Mersin e Antalya. Qui i trafficanti legati alla criminalità organizzata, secondo quanto reso noto da Churkin, provvedono a redigere documenti falsi, che assegnano nuove provenienze ai reperti. Che, in questo modo, sono pronti per essere offerti, a caro prezzo ai collezionisti di tutto il mondo, i quali, più o meno consapevolmente, arricchiscono le casse del Califfato. Le compravendite, scrive Churkin, “avvengono perlopiù attraverso siti di aste online, come vauctions.com, ancients.info, vcoins.com, trocadero.com, e lo stesso eBay”.Per gestire ed organizzare il contrabbando di beni archeologici l’Isis ha istituito, inoltre, un vero e proprio ministero. La macchina del commercio illegale di reperti, che dalla Siria e dall’Iraq vengono smerciati in tutto il mondo attraverso le città turche, fa capo infatti al ministero delle Risorse naturali del Califfato. Secondo Churkin, soltanto chi è in possesso di una specifica autorizzazione, con il timbro della divisione Reperti archeologici di questo ministero, può infatti “scavare, rimuovere e trasportare i reperti”.Centomila reperti archeologici attualmente nelle mani dell’Isis“Sono centomila i reperti e siti archeologici di importanza globale, compresi 4.500 siti archeologici, nove dei quali nella lista dei siti patrimonio dell’Unesco, ad essere attualmente sotto il controllo dello Stato Islamico, in Siria e Iraq”, si legge, infine, nella lettera-denuncia dell’ambasciatore russo alle Nazioni Unite. Uno dei più importanti è senza dubbio quello della città siriana di Palmyra, da poco liberata dalle truppe di Damasco, con la copertura aerea dei bombardieri russi. Dopo l’occupazione jihadista il sito archeologico patrimonio dell’Unesco è stato trovato in condizioni sconvolgenti dagli esperti siriani che hanno denunciato la demolizione e la sparizione di innumerevoli reperti e statue. Per riportare Palmyra a condizioni il più possibile vicine a quelle antecedenti l’occupazione del Califfato, ci vorranno almeno cinque anni, secondo gli esperti. Per valutarne le condizioni del sito e programmare l’opera di restauro arriverà presto a Palmyra anche un team di esperti dell’Unesco.

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