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Israele, dopo quasi una settimana di attesa, ha attaccato l’Iran. Più precisamente in quel di Isfahan (o Esfahan, che dir si voglia) sede del Centro di tecnologia nucleare e dell’impianto per l’arricchimento dell’uranio di Natanz. Un attacco che aveva già due precedenti: l’11 aprile del 2021 Teheran accusò Tel Aviv di aver colpito un sito nucleare sotterraneo attraverso un cyber attacco che provocò un’esplosione a causa della quale venne distrutto il sistema di alimentazione delle centrifughe. Ancora, nel gennaio di un anno fa, l’Iran aveva accusato Israele di aver condotto un attacco con un drone contro un sito militare nella provincia di Isfahan, presumibilmente collegato alla produzione di missili. 

Ma Isfahan non è solo un sito strategico e militare, ma molto di più. Una perla dalla bellezza sconvolgente, questa metropoli di quasi tre milioni di abitanti sul fiume Zayandeh, prevalentemente dedita all’industria tessile e metallurgica, tanto da essere definita da un detto persiano “l’altra metà del mondo“. Non è un caso che Usbek e Rica, i due protagonisti di Lettere persiane di Montesquieu, provenissero proprio da qui.

Ma c’è di più. Esiste un sottile filo rosso che lega Isfahan e Israele: quando quasi 3000 anni fa il popolo di Mosè venne deportato da Assiri e Babilonesi ebbe inizio la storia di una delle più grandi comunità di ebrei nel mondo, ovvero quella persiana. Ma quando l’Impero Ottomano cadde per lasciar posto alla moderna Turchia, il movimento sionista iniziò a far in modo che le comunità ebraiche persiane tornassero verso la terra che consideravano casa. Tuttavia, questo ritorno non ebbe grandissimo successo per quanto riguardava le grandi masse di ebrei in Iran: qui si viveva bene e in pace, pertanto non avvertirono il bisogno di fuggire verso la Palestina come invece accadde per gli ebrei perseguitati in Europa dal Nazifascismo.

Nel 1948 la nascita di Israele venne salutata positivamente da Teheran, che fu il secondo paese a maggioranza musulmana a riconoscere Tel Aviv, dopo la Turchia. Se nel resto del mondo il montante antisionismo, conseguente alla nascita di Israele causò il ritorno in massa verso la Palestina (la cosiddetta “alya“), gli ebrei iraniani insistevano nel restare dov’erano perché Teheran, Shiraz e Isfahan erano diventate nei secoli “casa” per circa 150mila ebrei. Tutto cambiò con la rivoluzione di Khomeini: il disegno politico dell’ ayatollah, infatti, virò gravemente verso la costituzione di una repubblica di stampo islamico, coltivando un forte sentimento sciita che conquistò anche la popolazione. Gli ebrei rimasti, tuttavia, ebbero subito udienza presso l’ayatollah, volendo sottolineare la loro fedeltà politica: non a caso, la minoranza ebraica ottenne perfino un posto in parlamento. Quanti siano gli ebrei in Iran oggi è difficile saperlo. Le stime parlano di una comunità di oltre 30mila persone, sebbene il censimento del 2011 parli di poco più che 8000. Che vi sia un legame culturale profondo tra città come Isfahan e la religione ebraica lo testimonia ancora oggi il fatto che sette sinagoghe della città sono iscritte nell’elenco dei monumenti nazionali dell’Iran. Architetture molto simili a quelle della chiesa armena, tranne che per l’ovvia assenza di decorazioni interne. Quella di Amoo Shoaya è la più antica della città e si trova nel quartiere di Juybar.

Sulla condizione degli ebrei in Iran le opinioni sono spesso divergenti. Si alternano visioni benevoli del governo e della società islamica iraniana e accuse di antisemitismo, sottolineando come il regime di Teheran abbia sempre applicato sapientemente una distinzione tra sionismo e ebraismo. In realtà, molti ebrei lamentano spesso, con i giornalisti stranieri, di discriminazioni in gran parte di natura sociale e burocratica. Una fra, tutte il fatto che il governo islamico nomini i funzionari che gestiscono le scuole ebraiche, la maggior parte di fede musulmana, chiedendo ad esempio che le scuole restino aperte durante lo Shabbat. Resta, dunque, molto difficile oggi comprendere quanto siano libere le affermazioni delle comunità ebraica nelle realtà iraniane in cui vivono. Molte dichiarazioni, infatti, sembra tanto estreme quanto necessarie a proteggersi: ad esempio, nel 2021 il rabbino capo iraniano condannò l’omicidio di Qasem Soleimani, oppure ancora, nel 2022 il comitato ebraico di Teheran condannò le proteste in corso, affermando come la comunità ebraica avesse sempre obbedito alle disposizioni del leader del supremo.

Un occhio guarda verso Gerusalemme, e l’altro verso Isfahan

Si tratta di un adagio ripetuto ossessivamente nella serie tv Tehran (sì, scritto proprio così) che ha riscosso molto successo negli ultimi tre anni, nonostante il mare di critiche a cui è stata sottoposta. La serie, creata dal regista israeliano Moshe Zonder, per il canale israeliano Kan 11, racconta le peripezie di Tamar Rabiniyan, fascinosa agente del Mossad incaricata di tornare in Iran (dove è cresciuta e dove viva parte della sua famiglia) per guidare un cyber attacco a una centrale iraniana. Una trama che in queste ore suona quantomai sinistra, tanto da spingere in passato i media vicini alle Guardie Rivoluzionarie a parlare di “affronto sionista”.

Ma la serie racconta non solo le tensioni tra Israele e Iran, ma lascia trapelare (anche se male) la doppia vita degli ebrei iraniani: la serie documenta la vita di alcuni ebrei iraniani emigrati in Israele (tra cui la stessa protagonista) e la vita di chi è rimasto in Iran come la zia di Tamar, convertitasi all’Islam. Nella serie, sul piano del plot non manca nulla: suspance, orrore, attualità, storia, scatole cinesi e perfino una storia d’amore proibita. Molto più curata è quella parte della serie che invece racconta il nichilismo della vita quotidiana dei figli viziati dell’élite del Paese, raccontato attraverso feste a base di sesso droga così lontane dai rigori del regime. Assai impreciso appare, invece, all’occhio dei critici, il racconto delle manifestazioni o quello della vita privata della classe dirigente alla quale sarebbe concesso un certo lassismo religioso così lontano dalla realtà. Sta di fatto che Tehran è diventato un vero e proprio caso nel bel mezzo delle montanti tensioni e della guerra psicologica fra i due Paesi. Guadagnatasi un cast internazionale che si è andato via via sprovincializzandosi (si veda l’acquisto di Glenn Close), si è guadagnata la distribuzione su Apple TV+.

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