Ormai manca solo l’ufficialità: l’operazione aeronavale EuNavFor – Med “Irini” guidata dall’Italia nel Mediterraneo raddoppia. La missione incaricata dalle Nazioni Unite di attuare l’embargo sulle armi in Libia, in scadenza il 31 marzo, sarà rinnovata per due anni anziché uno soltanto. Nell’ex Jamahiriya di Muammar Gheddafi non si spara più, ma le truppe straniere sono ancora lì e l’Onu potrebbe rivolgersi all’Europa per vigilare sulla (precaria) pace. “Posso dire con orgoglio che Irini ha raggiunto risultati concreti, nonostante la pandemia di Covid-19”, ha detto lo scorso 18 marzo l’Alto commissario per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea (Ue), Josep Borrell, durante una conferenza stampa a Roma, nella sede della missione.

Con pochi assetti a disposizione – quattro navi, sei aerei (di cui solo tre usati con continuità), un drone e le preziose immagini satellitari del SatCen – e un budget limitato (appena 9,8 milioni di euro), la missione guidata dal contrammiraglio Fabio Agostini ha investigato oltre 2.300 navi; effettuato circa 100 visite a bordo di mercantili; monitorato 200 aerei sospettati di trasportare armi e attrezzature militari in Libia; condotto nove abbordaggi; dirottato una nave (la Royal Diamond 7, partita dagli Emirati Arabi Uniti e diretta e Bengasi). Ad oggi sono 25 gli aeroporti e le piste di atterraggio sotto controllo, a cui si aggiungono 16 scali marittimi.

Il rapporto Onu sulla Libia

Secondo il rapporto finale presentato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite da sei esperti (l’indiana Majumdar Roy Choudhury, la franco-libanese Alia Aoun, la statunitense Dina Badawy, lo spagnolo Luis Antonio de Alburquerque Bacardit, il Yassine Marjane e il britannico Adrian Wilkinson), l’embargo sulle armi imposto in Libia nel 2011 si è rivelato “totalmente inefficace”. Tuttavia, sarebbe impietoso addossare la responsabilità di questo fallimento a Irini.

Nessuno si aspettava che la missione europea potesse, da sola, fermare la piccola guerra mondiale per procura che si è combattuta in Libia dall’aprile 2019 al giugno 2020. Al contrario, i dati raccolti da Irini si sono rivelati preziosi: hanno permesso al Gruppo degli esperti sulla Libia di mettere nero su bianco quali Stati sono intervenuti nel conflitto, chi ha violato le risoluzioni delle Nazioni Unite e ha violato gli accordi di Berlino :

  • Qatar e Turchia hanno fornito sostegno finanziario e militari (consiglieri militari,  mercenari e soprattutto droni) per difendere del governo tripolino affiliato ai Fratelli musulmani, riconosciuto dalla Comunità internazionale;
  • Russia, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Giordania hanno appoggiato il fallimentare golpe-lampo del generale Khalifa Haftar, divenuto ben presto una inutile guerra di posizione.

La seconda coalizione, in virtù dell’intervento riequilibratore della prima, è uscita sconfitta dall’offensiva militare lanciata contro Tripoli. I miliziani di Haftar e i mercenari alleati si sono ritirati a ridosso del confine tra Tripolitania e Cirenaica, scavando una “Linea Maginot” del deserto ben visibile dalle immagini satellitari open source elaborate dal network Maxar e rilanciate dall’emittente televisiva statunitense Cnn

Le 30 posizioni difensive che da Sirte arrivano alla base aerea di Jufra, dove la Russia ha portato dalla Siria decine di aerei da combattimento riverniciati senza insegne, si estendono per ben 70 chilometri: una vera e propria trincea progettata da chi non ha alcuna intenzione di andarsene dalla Libia. Eppure, l’espulsione delle truppe straniere rientrava nell’intesa sul cessate il fuoco permanente raggiunta a Ginevra lo scorso 23 ottobre dal Comitato 5+5 (cinque membri del governo di Tripoli, cinque ufficiali del generale Haftar). Il termine per il ritiro è scaduto a gennaio, ma secondo il Gruppo degli esperti Onu almeno 4.000 mercenari siriani e 2.000 russi hanno ancora i loro stivali ben piantati sul suolo libico.

Il monitoraggio della tregua

Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, le Nazioni Unite hanno inviato a Sirte una piccola squadra avanzata di osservatori. Obiettivo: apprendere cosa serve per avviare eventualmente una missione di monitoraggio della tregua sul campo. Ma trasferire personale a terra è complicato: i libici non vogliono altri boots on the ground stranieri, poco importa se sotto il cappello Onu. Il nuovo governo unitario della Libia può accettare al massimo una missione disarmata e di natura prettamente civile. A ben vedere, l’unica operazione militare attiva nel quadrante – che ha contezza di ciò che accade e di quel che è successo per mare, per cielo e per terra – e che potrebbe dare un effettivo contributo al cessate il fuoco con i mezzi a disposizione è proprio EuNavFor – Med.

“Irini non è un’operazione solamente navale. Ha anche gli occhi per vedere cosa accade nel cielo e per monitorare cosa accade sul terreno”, ha detto Borell nella conferenza stampa di Roma. Interrogato da Agenzia Nova sul possibile coinvolgimento dell’Europa in una missione di peace monitoring, il politico catalano ha risposto con un sorriso sornione: “Irini è incaricata di attuare l’embargo, non di monitorare il cessate il fuoco: non bisogna confondere le due cose. Ma sono sicuro che l’Ue e i suoi Stati membri saranno pronti a considerare questa richiesta, se le Nazioni Unite dovessero richiederlo”. Tradotto: stiamo aspettando che ce lo chiedano ufficialmente, ma in realtà siamo già pronti a partire.

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