Una delle immagini più eloquenti proiettate dall’Iraq al resto del mondo nel maggio del 2003, a poco meno di un mese dall’ingresso dei carri armati americani a Baghdad, è stata quella inerente la trasformazione di ‘Saddam City’ in ‘Sadr City’; gli abitanti del quartiere sciita della capitale irachena, chiamato dall’ex rais con il suo nome quasi a voler giocare con le parole (Saddam nel dialetto parlato dalle tribù di Tikrit vuol dire ‘disgrazia’), una volta caduto il governo guidato dai sunniti fedeli ad Hussein hanno voluto omaggiare Muqtada Al Sadr, fondatore e leader delle brigate Jaysh al-Mahdi e da subito nemico numero uno degli USA già nei primi mesi di presenza delle forze di Washington sul suolo iracheno. L’intitolazione a lui del quartiere, è stato un chiaro segnale della sua popolarità tra gli sciiti iracheni e lo spauracchio delle sue milizie, le quali avevano la finalità di combattere l’occupazione USA, ha rappresentato uno dei nodi principali dell’immediato dopo guerra; oggi però, Al Sadr appare sotto un’altra veste: sciolte le Jaysh al-Mahdi, adesso è a capo del Saraya al-Salam (Brigate della Pace) ed è proprio lui a vestire i panni del mediatore anche grazie al fatto che il suo movimento è diventato un vero e proprio partito sciita con 34 deputati in Parlamento.

Il clamoroso incontro tra Al Sadr ed il principe ereditario saudita

Lo scorso 30 luglio, è proprio Muqtada Al Sadr a tornare a far parlare di sé tanto in patria quanto all’estero per una visita che, ad una prima occhiata, è apparsa decisamente inusuale: lui, leader sciita tra i più popolari degli ultimi 15 anni, si è recato a Riyadh dove ha incontrato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, colui cioè che è tra gli artefici della guerra contro il governo sciita di Assad, contro gli sciiti Houti nello Yemen e contro gli stessi sciiti sauditi presenti nel Qatif. Una foto ha immortalato il momento dell’incontro e, in particolare, una stretta di mano che non ha mancato di destare scalpore nel mondo arabo e non solo; ma anche gli argomenti posti sul tavolo, non sono certo stati soltanto ‘cerimoniali’: dieci milioni di Dollari sauditi da spendere nell’immediato in Iraq, nuovo consolato dei Saud nella città santa sciita di Najaf da riaprire entro pochi mesi, così come la distensione dei rapporti tra i due paesi dopo anni in cui i valichi di frontiera sono rimasti sigillati e chiusi, questo ed altro è stato messo sul ‘piatto’ dal principe saudita durante il vertice con Al Sadr.

Il regime saudita pronto a ‘riciclarsi’

Cosa è cambiato dunque in questi giorni? E soprattutto, perché un eminente leader sciita iracheno si è recato nella capitale che più di ogni altra ha finanziato l’estremismo sunnita e si erge ancora oggi a paladina del mondo islamico sunnita? Per capire il contesto ruotante attorno l’incontro tra l’ex leader della guerriglia irachena sciita e Mohammed bin Salman, è bene partire dalle dinamiche attuali insite alla casa segnante saudita: nello scorso mese di giugno, Re Salman, al potere dal 23 gennaio 2015, ha designato proprio il figlio poco più che trentenne Mohammed bin Salman quale erede al trono, togliendo dalla linea di successione il cugino Mohammed bin Nayef; il sovrano ha 82 anni, la sua salute non è delle migliori e da più parti a Riyadh si vocifera di una sua senilità avanzata che spesso comporta seri problemi alla memoria. Dunque, l’Arabia Saudita in poche parole si sta preparando ad un cambio di guardia interno al proprio regime in cui l’attuale erede appare pronto per prendere le redini del potere.

Il pensionamento forzato di Mohammed bin Nayef, volto ‘moderato’ dei Saud o comunque consigliere che spesso ha invitato a decisioni meno avventate di quelle prese dal 2011 in poi all’interno della corte di Riyadh, è sembrato un primo segnale della direzione che da qui a breve sarà destinata a prendere l’Arabia Saudita; adesso il quadro, anche alla luce della visita del leader sciita Al Sadr nella capitale, appare molto più chiaro: Mohammed bin Salman, autore di alcune delle più dissennate scelte intraprese dai vertici militari e politici del suo paese negli ultimi anni, vuole approfittare del prossimo passaggio di consegne per rifare l’immagine tanto personale quanto della sua famiglia. Un vero e proprio ‘riciclo’, in cui ai Saud sarà concesso di recitare la parte di chi vuole in parte rimediare agli errori compiuti in medio oriente per cercare una via d’uscita ‘onorevole’ dai pantani più importanti in cui sono scivolati, a partire dal caos causato in Siria fino alla sconfitta netta e decisa subita ad opera degli Houti nello Yemen.

Gradualmente, fino al giorno in cui Mohammed bin Salman salirà ufficialmente sul trono, l’attuale principe ereditario cercherà di far passare il messaggio secondo cui gli errori causati soprattutto negli ultimi anni sono frutto del ‘passato regime’ e che adesso però con lui al timone i Saud hanno tutte le intenzioni di rimediare e di porsi mediatori tra il mondo sunnita e quello sciita; giocata malamente (a suon anche di sofferenze inflitte direttamente od indirettamente alle popolazioni della Siria e dello Yemen) la carta della forza, nei prossimi mesi i Saud proveranno quella della diplomazia e della mano tesa ai più importanti attori mediorientali. Lo stesso scontro con il Qatar, avviato nello scorso mese di giugno, appare figlio di questa nuova strategia: se è vero infatti che Riyadh in questo caso appare mostrare i pugni nei confronti di Doha, è anche vero però che i sauditi hanno provato a mostrarsi come gli unici in grado tra le petromonarchie ad isolare gli attuali finanziatori dei gruppi jihadisti; non è un caso che, tale nuovo corso dei Saud, sia iniziato dopo la visita di Trump nel paese a maggio, lì dove gli americani sono riusciti a strappare un contratto da 140 miliardi di Dollari in dieci anni per nuove forniture militari a Riyadh.

Fare leva sulla comune origine araba per isolare l’Iran

Tornando alla visita di Al Sadr in Arabia Saudita, essa pare rientrare nel piano di ‘riciclo’ del regime saudita posto in essere da Mohammed bin Salam: non più scontri interni al mondo arabo per isolare gli sciiti e con essi l’Iran, ma politiche volte a porsi come guida di tutti gli stati arabi della regione e questo, di fatto, con il fine di ridimensionare l’influenza di Teheran sugli stati a maggioranza sciita. Al Sadr, in tutto ciò, si è sempre posto come un leader sciita che, al contrario dell’ayatollah Al Sistani (massima autorità religiosa dello sciismo iracheno), non ha mai del tutto accettato la rinnovata vicinanza del governo iracheno con quello iraniano; ecco dunque il motivo per il quale Al Sadr è stato invitato a Riyadh ed ecco anche spiegata l’inedita sintonia trovata tra i vertici di casa Saud ed il leader delle brigate Saraya al-Salam. I primi dieci milioni di Dollari donati all’Iraq, la promessa della riapertura delle frontiere e di una ripresa dei legami commerciali tra i due paesi, sono soltanto le prime mosse volte a trovare in Al Sadr il primo appoggio all’interno della galassia sciita.

Da Baghdad in tanti scommettono in diretti finanziamenti al partito di Al Sadr in vista delle politiche irachene previste per la prossima primavera, dove il leader sciita si presenta quale difensore delle classi meno abbienti come dimostrato dalle vivaci proteste da lui appoggiate nei mesi scorsi nelle quali, i manifestanti con in mano le bandiere irachene, hanno preso d’assalto una parte della ‘Zona Verde’, ossia la fortificata cittadella interna alla capitale in cui hanno sede gli uffici governativi. Ma non è detto che la nuova strategia saudita sia destinata ad avere successo: in primo luogo, in tanti nel mondo sciita iracheno sono legati a Teheran o comunque preferiscono l’influenza degli ayatollah iraniani piuttosto che dei petrodollari sauditi; in secondo luogo, la distensione apparente che Mohammed bin Salman vuole operare con l’Iraq e con altri paesi a maggioranza sciita, non è detto che sia sufficiente a garantire a Riyadh un’onorevole via d’uscita dai pantani siriani e yemeniti. Infine, nel mondo sciita non si dimentica il fatto che, proprio in queste settimane, la minoranza religiosa presente nel Qatif viene posta sotto assedio con molte città distrutte e numerosi residenti costretti a fuggire oppure accusati di essere veri e propri terroristi o comuni criminali; la mano tesa ad alcuni sciiti ed il richiamo all’origine araba non può in un breve lasso di tempo cancellare quanto perpetuato negli ultimi anni dai regnanti sauditi.