Date, nomi ed eventi che ritornano come in un circolo vizioso in cui la storia rimescola sempre le carte ma, alla fine, pone sempre gli stessi elementi dinnanzi alle varie situazioni: Iraq, Siria, Arabia Saudita, sono i nomi di tre paesi che in occidente sono conosciuti per note vicende belliche e politiche, ma i cui destini a volte si intrecciano anche in contesti apparentemente più ludici, quali lo sport e soprattutto il calcio. In Iraq in particolar modo, proprio il calcio è sempre stato il mezzo più utilizzato per cercare di promuovere il paese: la “propaganda del pallone” l’ha utilizzata Saddam Hussein negli anni 80, è stata usata per cercare di dirimere la guerra settaria nel 2007 ed adesso si cerca di esternarla per mostrare la ricostruzione post Isis.

Sono due le date più importanti per la storia del calcio iracheno: la prima è quella del 29 novembre 1985, l’altra invece quella del 29 luglio 2007; nel primo caso, il match Iraq – Siria (un vero e proprio derby del partito Baath allora) disputato in Arabia Saudita per via della guerra tra Saddam e Khomeini, ha consegnato agli iracheni la storica prima e finora unica qualificazione ad un mondiale, quello in particolare di Messico 1986. Nell’altro caso invece, a Giacarta nella finale disputata contro l’Arabia Saudita l’Iraq vincendo si è laureato campione d’Asia: l’impresa del 1985 è stata celebrata da Saddam Hussein, quella del 2007 è stata cavalcata dai fragili governi di coalizione per cercare di eliminare gli scontri settari in corso tra sciiti e sunniti.

La politica in Iraq passa dalla ricostruzione degli stadi

Iraq, Siria ed Arabia Saudita per l’appunto, tre nomi che ritornano nei contesti mediorientali come nel calcio. Gli iracheni hanno battuto i siriani nel 1985 per andare ai mondiali, i sauditi nel 2007 per alzare il primo trofeo della storia: oggi, mentre Iraq e Siria giocano assieme la partita militare contro l’Isis, dall’Arabia Saudita arrivano proposte volte a modificare la politica irachena grazie proprio all’utilizzo della diplomazia del pallone. La nazionale irachena, dalla caduta di Saddam Hussein, per motivi di sicurezza non ha mai più giocato nel proprio paese: il ritorno in patria si è avuto lo scorso 28 febbraio, in occasione di una gara amichevole giocata, per l’appunto, contro l’Arabia Saudita. Il risultato è stato sorprendente: nel rinnovato stadio di Bassora, costruito con standard europei e dotato delle più moderne tecnologie, l’Iraq ha battuto i più blasonati sauditi (qualificati per Russia 2018) con un secco 4 – 1.

Pochi giorni dopo ed a Baghdad il primo ministro Al Abadi riceve una telefonata: dall’altro capo del telefono vi era il sovrano saudita Re Salman, il quale si è congratulato per il risultato ma soprattutto ha lanciato l’offerta per la costruzione di un nuovo stadio nella capitale. Non una struttura qualsiasi, ma l’arena più grande al mondo: 135.000 posti a sedere, strutture faraoniche, una grande testa di leone all’ingresso ed un nome (Babylon Arena) in grado di rievocare antichi fasti anche a livello internazionale. Tutto ovviamente da realizzare con soldi sauditi. Il progetto è stato già presentato ed è firma di Abdul Rutha, architetto iracheno popolare nel suo ambiente lavorativo anche fuori dai confini del proprio paese. Cinque anni di lavori, milioni di investimenti tutti da parte di Riyadh, con la prospettiva di dare all’Iraq lo stadio più grande al mondo, capace anche di superare i 110.000 posti dell’impianto di Pyongyang, che attualmente detiene il primato di arena con maggior numero di potenziali spettatori.

Sullo sfondo di una tale proposta, sono ben evidenti le mire politiche: il calcio per gli iracheni ha sempre assunto un significato più ampio rispetto a quello sportivo, sia ai tempi di Saddam che negli anni successivi, l’Arabia Saudita con la promessa di dotare il paese del più grande stadio al mondo prova ad entrare a gamba tesa nella politica e nella società irachena. Riyadh ha assoluta necessità di vedere limitata l’influenza iraniana su Baghdad, il cui governo rispecchia la composizione a maggioranza sciita del paese. Presentare propri progetti con nuovi stadi, dai Saud viene valutata come una strada importante per stringere accordi con l’Iraq e per permettere alla politica irachena di “ricordarsi” anche dei miliardi sauditi e non soltanto delle comunanze religiose con Teheran.

Il lento ma progressivo riavvicinamento tra Iraq ed Arabia Saudita

Baghdad e Riyadh sono sempre state agli antipodi dal 2 agosto del 1990, giorno in cui Saddam Hussein ha invaso il Kuwait: il regno saudita, in quelle settimane, ha fornito agli americani appoggio logistico e basi militari per intraprendere poi l’operazione che nel 1991 ha portato alla prima guerra del golfo. Iraq ed Arabia Saudita hanno coltivato pessimi rapporti anche negli anni successivi, una freddezza acuita poi dalla caduta del passato regime e l’instaurazione di un governo filo sciita e quindi vicino all’Iran. Ma da un anno a questa parte la situazione sembra mutare: l’attuale esecutivo di Baghdad guidato da Al Abadi è favorevole ad una politica di “equidistanza” tra Riyadh e Teheran, nel mese di giugno 2017 poi lo stesso premier iracheno si è recato per una storica visita istituzionale nella capitale saudita, segno di un altro riavvicinamento tra i due paesi.

Che qualcosa stesse cambiando, lo conferma anche una foto dell’agosto scorso dove uno dei più popolari leader sciiti iracheni, Muqtada Al Sadr, era ritratto assieme al principe ereditario saudita Mohamed bin Salman in una visita tenuta a Riyadh. Come detto, l’Arabia Saudita ha bisogno di un Iraq non più sotto l’influenza iraniana e questo capita in un momento in cui, ultimata la lotta contro il califfato, l’Iraq a sua volta ha bisogno dei petrodollari sauditi per la ricostruzione. Già nel mese di febbraio, durante la conferenza di Kuwait City, i sauditi si sono impegnati per investimenti di miliardi di Dollari per la ricostruzione di strade, scuole ed infrastrutture primarie; la promessa del nuovo stadio e la presentazione del progetto per l’arena più grande al mondo, fanno quindi parte della strategia saudita volta a “conquistare” i favori da parte irachena. Del resto, in Iraq tra le altre cose si vota il 12 maggio e poter presentare progetti faraonici a pochi giorni dalle elezioni potrebbe rappresentare un insperato “regalo” per il governo attualmente in carica.