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Anche se la battaglia contro i miliziani dello Stato Islamico sembra essere giunta al termine la vita all’interno dei confini iracheni è mutata irrimediabilmente. E’ vero che qualsiasi fede estranea all’estremismo islamico ha sofferto a causa dell’ideologia perversa dell’autoproclamato califfo al-Baghdadi, ma è altrettanto vero che la comunità più colpita rimane quella cristiana. Quella dei cristiani in Iraq è una storia travagliata e anche se l’Isis non è l’unico motivo delle loro sofferenze, gli effetti delle loro bestialità potrebbero rivelarsi come il colpo di grazia per il cristianesimo in Iraq.

Le comunità cristiane più numerose si concentrano nella capitale Baghdad, a Mosul, nella piana di Ninive e più in generale nel Kurdistan iracheno, dove in diverse fasi della storia hanno cercato rifugio. Il corrispondente in Iraq dell’agenzia curda Rudaw  raccontava quest’estate che dal 2013 ad oggi sono state fatte saltare in aria o sono state completamente distrutte oltre 60 Chiese , e di molte altre, almeno una dozzina, costrette a chiudere, abbandonate, perché in città non era rimasto nessun fedele a prendersene cura, perché costretti a fuggire.

Dopo l’invasione guidata dagli Stati Uniti dal 2003 al 2010 sono stati registrati 810mila rifugiati interni al paese dei quali oltre il 25% (più di 200mila persone) hanno cercato riparo all’interno dei confini sotto il dominio della Regione autonoma curda. Nel 2010 la situazione sembrava essersi stabilizzata e molti cristiani stavano tornando nelle loro case in Iraq, ma l’ondata di violenza scatenata dall’avvento dell’Isis nella vicina Siria arrivato poi nel 2014 ha provocato un ulteriore danno che ha provocato, solo nel primo anno della sua presenza e sanguinosa avanzata, la fuga di oltre 150mila cristiani scappati a nord, in Kurdistan. Secondo i dati dell’organizzazione non governativa Shlomoo , che si è occupata di tracciare gli spostamenti forzati delle minoranze religiose nella regione, prima dell’arrivo dei tagliagole dell’Isis in Iraq erano presenti almeno 400mila cristiani di cui la metà, durante questi anni di guerra, è fuggita in Kurdistan.

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Il governo iracheno ha annunciato la vittoria contro l’Isis a inizio dicembre ma nonostante l’indubbio passo in avanti la situazione in molte delle regioni abitate dai cristiani, come nella piana di Ninive, non è ancora sicura a causa degli scontri tra i peshmerga curdi e l’esercito iracheno coadiuvato dalle milizie sciite Hashd al-Shaabi, legate a Teheran. I cristiani in Iraq hanno sempre dimostrato grande coraggio e forza di volontà e sono sempre voluti tornare nelle loro case ma, questa volta, il numero di coloro che scoraggiati dalle nuove tensioni anche dopo la sconfitta dell’Isis hanno chiesto cittadinanza nei paesi limitrofi è molto significativo.

In questo contesto si inserisce la notizia di una lettera scritta da Wahida Yago, membro del parlamento iracheno, per l’attenzione del Papa: secondo il deputato curdo iracheno  sono rimasti solo 100mila cristiani in Iraq, mentre l’ultimo censimento della popolazione avvenuto nel 1987 contava 1.5milioni di fedeli cristiani presenti all’interno dei confini iracheni. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la sua visita in Vaticano a maggio ha parlato con Papa Francesco della condizione dei cristiani in Medio Oriente, ma ora è il momento di agire. E se è vero, come ha detto la Cancelliera Merkel , che “non si può più fare affidamento sugli Stati Uniti”, sia il Vaticano che l’Europa tutta dovrebbero mobilitarsi per ricostruire le condizioni per una convivenza pacifica tra tutte le religioni: il primo vero passo in avanti verso la pace nella regione.

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Causale: ilgiornale per i cristiani
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