Iraq: gli Usa chiudono la missione nata per combattere l’Isis ma non lasciano il Paese

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Dopo 10 anni, la coalizione a guida statunitense creata per combattere l’ISIS verrà ritirata dall’Iraq. Il governo americano e quello iracheno hanno annunciato insieme venerdì il termine della Combined Joint Task Force (CJTF), meglio nota come Operazione Inherent Resolve, entro il 2026.

Nei prossimi mesi comincerà quindi un graduale ritiro delle forze alleate che hanno combattuto l’ISIS in Siria e Iraq: 30 Paesi, dall’ottobre 2014, hanno partecipato con mezzi e personale militare alla battaglia contro lo Stato Islamico e alla formazione del personale delle forze di sicurezza irachene. Una missione che, secondo dati ufficiali, solamente al 30 giugno 2017 era costata 14,3 miliardi di dollari, mentre il costo medio giornaliero era di 13,6 milioni di dollari. L’Italia ha preso parte da subito a Inherent Resolve con l’operazione Prima Parthica (in Kuwait e Iraq), il cui scopo è quello di contribuire agli staff della Coalizione, svolgere attività di rifornimento in volo per gli assetti coinvolti nelle operazioni, effettuare missioni di ricognizione e sorveglianza aerea, ma soprattutto addestrare le forze di sicurezza curde e irachene.

La decisione di porre termine alla missione era prevista da mesi, cioè da dopo l’incontro del presidente americano Joe Biden con il primo ministro iracheno Mohamed Shia al-Sudani ad aprile, ma gli Stati Uniti, che hanno 2500 soldati in Iraq, negozieranno con il Governo di Baghdad la loro futura presenza militare all’interno del Paese. Da quando è iniziata la guerra a Gaza lo scorso ottobre, il personale militare americano in Medio Oriente è stato sempre più al centro di attacchi armati: le varie milizie sponsorizzate dall’Iran hanno preso di mira navi e basi statunitensi, incluso un attacco che ha ucciso tre soldati appena oltre il confine siriano, in Giordania, questo gennaio. Gli attacchi, insieme al sostegno americano a Israele, hanno continuato a modificare l’impronta militare americana nella regione e ora si stima ci siano 40mila militari americani alle dipendenze del Central Command (il comando USA per il Medio Oriente e l’Asia centrale): 6mila in più del normale. Soprattutto, gli Stati Uniti hanno dispiegato un imponente dispositivo aeronavale in Medio Oriente, fatto di portaerei e relative navi di scorta, gruppi anfibi e cacciabombardieri basati a terra per essere pronti sia all’eventuale evacuazione del personale statunitense dal Libano, sia per esprimere una deterrenza credibile e scoraggiare una reazione iraniana.

Nonostante l’aumento del rateo di attacchi, cominciati ben prima dello scorso 7 ottobre, e nonostante i reiterati inviti della politica irachena a che gli USA ritirino totalmente le proprie forze dal Paese, Washington non ha intenzione di cessare la propria presenza in Iraq.

Già nel dicembre 2019, Baghdad e Washington avevano iniziato a discutere del ritiro parziale dal Paese delle truppe USA con compiti “combat”. Le massicce proteste di gennaio 2020, seguite all’escalation tra Washington e Teheran per l’uccisione del generale Qassem Soleimani, avevano fatto presagire che l’Iraq potesse uscire totalmente dal controllo statunitense: il consiglio dei rappresentanti iracheno aveva infatti approvato una misura non vincolante per “espellere tutte le truppe straniere dal Paese”, comprese quelle americane e iraniane.

Dopo quel voto, l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump prese la decisione, a marzo, di iniziare a ritirare le forze pur mantenendo quelle con compiti di addestramento. In quello stesso mese, infatti, la Coalizione aveva iniziato a trasferire il controllo di una serie di installazioni militari alle forze di sicurezza irachene: ad aprile quattro basi, delle tredici americane presenti nel Paese, venivano affidate agli iracheni. È cominciata così una graduale riduzione delle truppe USA in Iraq che sono passate dalle 5.200 unità di inizio 2020 a 3.500 entro la fine di quell’anno, per poi assestarsi a 2.500 a partire da gennaio 2021. Da allora, come visto, questo numero non è sostanzialmente cambiato.

Gli Stati Uniti pertanto intendono restare in Iraq, e non potrebbe essere diversamente: il Paese, soprattutto in questo momento storico, è molto importante per la politica estera USA in considerazione della presenza iraniana, rappresentata da milizie supportate da Teheran come Asa’ib Ahl al-Haq e altri gruppi raccolti sotto l’etichetta delle Forze di Mobilitazione Popolare. Queste milizie, come la CJTF, si oppongono allo Stato Islamico in Iraq in quanto lo scopo di Teheran è di stabilire una sua sfera di influenza continua che va dall’Iran sino al Libano.

Washington, nonostante l’annuncio della fine di Inherent Resolve, sembra però aver fatto tesoro della lezione appresa in Afghanistan, quando la comunicazione del ritiro definitivo delle truppe ha permesso ai talebani di organizzarsi per l’assalto finale a Kabul che ha sbaragliato le poco motivate e poco coordinate forze di sicurezza afghane: rendere noto che gli USA non intendono abbandonare l’Iraq significa evitare anche che si riconfiguri uno scenario simile.