Il 30 settembre è stata una data importante anche se pochi in Italia se ne sono accorti. Infatti, mercoledì si è chiusa l’Operazione Inherent Resolve in Iraq con il ritiro delle ultime truppe americane dislocate nella base di Erbil. Tale evento è importante per vari motivi anche perché si inserisce in un momento di particolare instabilità regionale dovuta allo scontro con l’Iran.
Il coinvolgimento americano in Iraq ha una lunga storia, ma sicuramente l’evento più significativo da questo punto di vista fu il marzo 2003 con l’invasione americana del Paese per rovesciare il regime di Saddam Hussein.
L’Operazione Iraqi Freedom durò poi fino al ritiro americano del dicembre 2011 e attraversò vari momenti da quelli più caotici e sanguinosi dei primi anni, a quelli di maggiore stabilità e ricostruzione seguiti alle operazioni di controinsorgenza americana guidate dal Generale Petraeus a partire dal 2007. Come oggi, anche all’epoca il ritiro del 2011 fu festeggiato come un grande momento, ma in realtà senza la presenza americana sul campo, e il relativo network informatico e di sorveglianza e ricognizione, le forze irachene si dimostrarono del tutto impreparate a gestire una situazione chiaramente instabile, poiché le milizie sunnite non erano state completamente eliminate e stavano tornando a farsi sentire.
Infatti, nel giro di poco tempo imparammo a conoscerle anche noi con il nome di ISIS, Islamic State of Iraq and Syria, che, sfruttando anche l’instabilità in Siria a seguito della guerra civile, si stava imponendo come attore rilevante nel contesto nazionale. Dopo varie battaglie e conquiste minori arrivò poi la presa da parte della milizia della città di Mosul nel Nord dell’Iraq nel giugno del 2014, un fatto che, unito alle capacità belliche del gruppo e alla debolezza mostrata dalle forze irachene, portò a un nuovo intervento americano con l’operazione Inherent Resolve che includeva il teatro iracheno ma anche quello siriano e una pluralità di alleati come per esempio l’Italia con l’operazione Prima Parthica. L’azione aveva il compito principale di debellare la minaccia relativa a ISIS e se nella prima fase l’aspetto combat fu più evidente, negli ultimi anni si è trattato più di intelligence, brevi azioni mirate e presenza sul campo per addestrare le forze locali.
Con la fine di questa operazione però si aprono scenari di difficile lettura. Per prima cosa nel contesto della guerra con l’Iran iniziata a febbraio il ritiro anche di un numero relativamente limitato di uomini (2.500 circa erano ancora presenti) potrebbe lanciare il messaggio sbagliato di un disimpego dalla regione. Non è così per due motivi. Primo, il ritiro era stato concordato fin dal 2024 dai due governi di Washington e Baghdad, per cui il 30 settembre ha semplicemente rappresentato l’atto conclusivo di quel processo diplomatico. Secondo, proprio in concomitanza con il ritiro, gli Stati Uniti hanno annunciato il dispiegamento della portaerei USS Theodore Roosevelt e del suo gruppo di battaglia per un totale di circa 9.000 uomini. Di questi però circa 7.000 sono marinai e solo 2.000 sono Marines quindi eventualmente impiegabili per azioni contro l’Iran. Ciò però che appare evidente è che viene ritirato un contingente per inviarne un altro di simili dimensioni, ma con capacità operative più in linea con l’attuale scenario.
Il ritiro dall’Iraq però potrebbe essere un elemento di vantaggio per gli Stati Uniti, poiché i piccoli avamposti sparsi tra Iraq e Siria sono stati spesso nel corso degli anni bersaglio degli attacchi delle milizie sciite supportate dall’Iran. Per esempio il 28 gennaio 2024 un drone riuscì a penetrare le difese di un avamposto in Siria nei pressi del confine giordano e uccise tre militari. Con l’operazione Epic Fury ovvero l’attuale guerra contro l’Iran a guida americana, le azioni delle milizie sciite contro installazioni americane e in generale obiettivi situati in Iraq sono aumentate. Uno studio americano ha calcolato una media di circa 200 attacchi al mese, di varia entità e successo e sparsi in diverse zone del Paese, riconducibili in qualche modo alle milizie legate a Teheran. Ritirare le truppe dal Paese quindi offre l’indubbio vantaggio di eliminare un possibile obiettivo per il nemico. Questa non è una riflessione che segue il recente conflitto, ma è un tema dibattuto da anni tra gli esperti americani che vedevano l’eccessiva dispersione come una debolezza.
Il ritiro americano dall’Iraq è stato accolto con favore e giubilo dalle milizie sciite che già da anni erano in pressione sul governo affinché questo passaggio avvenisse. Ovviamente per loro è una vittoria politica e possono dipingere il ritiro come una sorta di disfatta americana, anche se chiaramente non lo è, ma il tutto gioca a favore della loro propaganda. Inoltre le milizie sciite possono vantare un’altra vittoria: il trattato per il ritiro delle truppe americane prevedeva contestualmente il fatto che le milizie sciite consegnassero le proprie armi al governo centrale di Baghdad. L’obiettivo era chiaro e duplice: da un lato indebolire l’influenza iraniana disarmando il suo braccio armato, le milizie; dall’altro rafforzare la stabilità irachena dando al governo un maggiore controllo sulla sicurezza eliminando i gruppi armati fonte di gran parte di quella insicurezza.
Tuttavia, malgrado alcuni gesti più simbolici che altro, le milizie non hanno mai realmente disarmato e quindi restano presenti sul territorio e in grado di colpire anche fuori come hanno dimostrato anche poche settimane fa con un lancio di droni contro un oleodotto saudita. In conclusione la situazione irachena rimane instabile e fragile alla luce anche del quadro regionale e delle difficoltà economiche dovute alla chiusura di Hormutz che solo in parte sono alleviate da una nuova linea di rifornimento che collega i porti siriani con Baghdad.
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