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Nel gennaio 1991 le tv rimbalzavano immagini di cittadini israeliani in preda al panico con la maschera antigas. Lo Stato ebraico era sotto il tiro degli Scud di Saddam Hussein. Mentre il mondo conosceva l’efficacia dei Patriot, il presidente iracheno andava oltre le tanto agognate gesta di Nabucodonosor, e all’odio babilonese per gli ebrei provava a sommare il rancore islamico, non solo di provenienza araba.

La realtà però, al di là delle apparenze, era diversa. Se Saddam nell’immediato rappresentava un pericolo reale e osava addirittura attaccare direttamente Israele, nel lungo raggio non avrebbe mai potuto rappresentare una minaccia. Tel Aviv, nonostante i missili, lo sapeva benissimo.

Saddam, con un gesto disperato, provava a rompere l’isolamento politico e militare derivato dall’invasione del Kuwait e a coagulare intorno a sé ogni forma di estremismo antisionista. Era un chiaro tentativo di coinvolgere Israele per dividere l’armata Onu messa insieme dagli Usa, formata anche da arabi, fondamentali soprattutto per la logistica.

Era anche l’ultima possibilità di recuperare credibilità presso un mondo arabo, tradito con l’invasione di un Paese fratello (e sunnita).

La credibilità di Saddam come nuovo Saladino era però risibile. Laico e di tradizione socialista, non era troppo popolare nemmeno a Rustamiyah, l’accademia militare irachena che alle porte di Baghdad forgiava cadetti dai tempi degli inglesi.

Il grande carisma di Saddam, nasceva dal fatto che faceva comodo a tutti. Come Tel Aviv, lo capì a suo tempo anche Washington, dove Bush senior decise di bloccare Desert Storm ai confini del Kuwait, rispettando il mandato dell’Onu. Israele e Usa, finirono per accettare la sopravvivenza di Saddam Hussein secondo una dottrina vitale per lo Stato ebraico: meglio un nemico vulnerabile, che una totale incertezza; meglio uno Stato ostile ma senza atomica, che il vuoto irrazionale di bande estremiste armate. Valeva per Assad padre, lasciato prosperare al prezzo di qualche sussulto, valeva per Saddam, condottiero della guerra contro il temibilissimo Iran teocratico e khomeinista.

Quando nei primi giorni di Desert Storm, quasi 150 caccia iracheni ripararono in Iran per evitare l’inevitabile abbattimento, fu posto il primo passo di uno stravolgimento strategico, di cui oggi l’Occidente vede le conseguenze. Iran e Iraq che si erano massacrati per otto anni nelle paludi dello Shatt el Arab, iniziavano a parlare con toni sempre più conviviali.

La dottrina di contenimento di Clinton, non risolse il problema. Tutt’altro: preparò le carte per sfamare l’America dell’11 settembre 2001, alla disperata ricerca di colpevoli.

Chi più dell’Afghanistan dei Talebani e dell’Iraq di Saddam?

Quando nel 2003 Iraqi freedom pose fine al regime di Baghdad, sembra assurdo, ma fu proprio Israele a preoccuparsi. Tolto il coperchio alla pentola irachena, che sarebbe stato dell’unico Paese arabo a maggioranza sciita, secondo esportatore di petrolio OPEC di petrolio nel 2002 e con 1500 km di confine con l’Iran?

Quel che ha fatto il plenipotenziario Bremer in Iraq dopo la caduta di Saddam è stato ampiamente dibattuto anche dalla stampa americana.

Il saccheggio e lo sbando iracheno seguito alla Seconda guerra del Golfo rientra negli aspetti etici e umanitari in cui si specchierà prima o poi la coscienza politica e civile americana. Quel che conta dal punto di vista geopolitico invece è ciò che ne è derivato nel secondo decennio di questo millennio.

Abbiamo già accennato su queste pagine, a quanto lo Stato Islamico fosse figlio di Iraqi Freedom. Il regime di Saddam legato ai clan sunniti di Tikrit permetteva di porre un argine all’onda lunga dello sciismo antisionista. L’azzeramento dei pilastri su cui si basava lo Stato iracheno (partito Baath, forze armate ed esercito), ha creato un vuoto istituzionale enorme in una delle aree più calde del pianeta. Nessuno più di Israele poteva temerne gli esiti.

L’insorgenza antiamericana dopo il 2003 ha in questo senso, giocato un doppio ruolo: resistere all’invasione; ripristinare i vecchi equilibri, frettolosamente spazzati via dall’incontinenza militare Usa.

Sotto questo secondo aspetto, figure come Ibrahim Al Douri, il fulvio e segaligno alto ufficiale di Saddam, sfuggito alla cattura durante Iraqi Freedom (nel mazzo di carte dei gerarchi più ricercati dagli americani, era il re di fiori), hanno giocato un ruolo importante.

Nei giorni recenti si è parlato addirittura di un diretto supporto israeliano e saudita ad un eventuale ritorno dei fedelissimi di Saddam. Secondo le stesse fonti arabe, l’incontro tra l’ambasciatore israeliano ad Amman e alcuni membri della coalizione sunnita irachena Tahalof Al Qowa, pianificao da mesi, sarebbe già avvenuto.

Il prossimi passo sarebbe una riammissione con nuova denominazione del partito Baath a Baghdad, nonostante il bando dell’attuale costituzione irachena.

L’allarme lanciato da a gruppi di potere sciite (rimbalzate infatti anche da giornali iraniani) non sorprende. Gli effetti di Iraqi Freedom, a 15 anni dall’inizio della guerra, sono sotto gli occhi di tutti. L’unica possibilità concreata per Israele di tamponare la supremazia sciita del fronte antisionista in Medio Oriente (capeggiato dall’Iran), è tentare di riportare l’Iraq il più possibile indietro ai tempi di Saddam. La Storia alle volte può sembrare sarcastica, ma se il tentativo di indurre una rivolta a Teheran appare per ora fallito e se a Damasco comandano ancora gli alawiti, per lo Stato ebraico e le monarchie del Golfo più vicine agli Stati Uniti, non resta che passare di nuovo per Baghdad. Israele rimase a guardare durante la prima Guerra del Golfo; la frittata generata dalla Seconda, a quanto pare, ha ancora conseguenze durature. L’insorgenza sunnita in Iraq e Siria è lungi dall’essere finita.

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