L’estate del 2020 rischia di essere una delle più calde del Medio Oriente, e non solo per il clima. Le alte temperature, le scarse piogge dei mesi passati e l’avanzamento dei lavori per il completamento del Southeastern Anatolia Project turco stanno mettendo in ginocchio la popolazione e l’economia del nord dell’Iraq e della Siria. Questi ultimi due Paesi sono dipendenti dalle acque del Tigri e dell’Eufrate, ma l’afflusso dei due fiumi si è andato sempre più riducendo negli ultimi mesi, con conseguenze profondamente negative sul piano economico, sociale e anche diplomatico. Una soluzione può essere trovata solo a seguito di un accordo tra le parti sulla base delle leggi internazionali sull’acqua, ma difficilmente si riuscirà ad aprire un tavolo delle trattative nel breve periodo. E la stagione delle piogge è ancora lontana.

Il progetto turco

Tra i vari motivi di conflitto tra Turchia, Iraq e Siria vi è il Southeastern Anatolia Project, che comprende la costruzione di un sistema di 22 dighe lungo i fiumi Tigri ed Eufrate con l’obiettivo di migliorare l’economia locale di una delle zone più povere del Paese anatolico. Tramite GAP, il Governo turco vuole aumentare la produzione di energia elettrica della Turchia e agevolare l’irrigazione di alcuni territori del sud-est. Il progetto è stato pensato per la prima volta da Mustafa Kemal, il padre della moderna Turchia, ma i primi piani per la sua effettiva realizzazione risalgono agli anni Settanta. Il GAP è stato poi ripresentato – ampliato – negli anni Ottanta e ha iniziato ad essere effettivamente realizzato negli anni Novanta e Duemila. Ufficialmente il Governo ha presentato il progetto come necessario per la rivitalizzazione economica e sociale di una regione particolarmente povera e arretrata, ma queste motivazioni sono state spesso contestate. Una delle ragioni alla base del GAP, secondo i suoi oppositori, risiede nel desiderio di Ankara di controllare l’area a maggioranza curda: le dighe hanno costretto la popolazione locale ad emigrare; hanno cancellato testimonianze storiche importanti per la memoria curda come il villaggio di Hasankeyf; hanno bloccato le vie di comunicazione interne e transfrontaliere dei militanti del Partito dei lavoratori curdi (PKK) considerati dei terroristi dalla Turchia; la loro costruzione e il successivo mantenimento sono stati usati come pretesto per aumentare la presenza militare nella zona e il controllo statale. Al di là delle questioni interne, il progetto ha avuto un impatto negativo anche a livello regionale. La sua realizzazione ha infatti modificato il flusso del Tigri e dell’Eufrate riducendo così le risorse idriche di Iraq e Siria, che hanno cercato di convincere la Turchia ad abbandonare il progetto o almeno a raggiungere prima un accordo per la ripartizione delle risorse idriche. In entrambi i casi gli sforzi dei due Paesi sono stati vani.

Iraq e Siria senz’acqua

A metà luglio il ministro per la Risorse idriche iracheno ha denunciato la forte carenza di acqua nel nord del Paese e messo in guardia sui pericoli che questa situazione potrebbe presto comportare per la stabilità stessa dell’Iraq. A causare la grave carenza di risorse idriche sono state da una parte le scarse piogge, dall’altra le politiche turche di controllo del Tigri e dell’Eufrate. Secondo i dati del Ministero, il flusso d’acqua proveniente dalla Turchia si è ridotto del 50% rispetto al 2019 e la stessa diminuzione è stata registrata in relazione alle precipitazioni annuali. Sempre stando al report rilasciato dal Ministero, entro il 2035 l’Iraq registrerà una perdita di 10.5 miliardi di metri cubi d’acqua a causa del cambiamento climatico e del GAP. A peggiorare la situazione negli ultimi mesi, spiega all’Associated Press il professore Ramadan Hamza dell’Università di Dohuk, è stata la messa in funzione della diga Ilisu, che ha dimezzato il livello del fiume Tigri. Ma ad essere interessato dagli effetti del progetto turco è anche il nord-est della Siria: il Rojava Infromation Center ha infatti denunciato una riduzione costante del flusso dell’Eufrate e l’Amministrazione Autonoma è stata costretta a limitare la fornitura di energia elettrica a 8 o 4 ore giornaliere. La situazione risulta particolarmente drammatica nella regione nordorientale di Hasaka a causa dell’ennesima interruzione da parte delle forze turche del funzionamento della stazione idrica di Allouk.

A lanciare un allarme sulle conseguenze che la carenza di risorse idriche potrebbe comportare è anche l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni dell’Onu, secondo cui la riduzione “senza precedenti” dei livelli del Tigri potrebbe costringere la popolazione locale ad emigrare. A ciò si aggiunge anche il pericolo di nuove proteste contro Baghdad, incapace di fornire acqua ed energia elettrica e di trovare una soluzione all’aumento delle malattie derivante da questa situazione. Un discorso simile vale anche per il nord-est della Siria, dove si registra già una riduzione della fornitura dell’energia elettrica e idrica.

Trovare una soluzione però non è facile. Di recente il governo iracheno si è mosso per raggiungere un accordo con la Turchia sulla base delle leggi internazionali relative alla gestione delle risorse idriche, ma le trattative – anche a causa del coronavirus – sono ancora in stallo. L’Amministrazione autonoma invece è al momento senza alcuna via d’uscita a causa della totale assenza di rapporti diplomatici con Ankara. Il piano della Turchia di usare l’acqua come arma di ricatto – e di guerra – contro i suoi vicini sta dando i suoi frutti.

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