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Non ci sono solo lo scontro fra sciiti e sunniti o la difficile situazione dei cristiani a caratterizzare l’Iraq di oggi. Anche gli atei, da qualche mese, sono sotto la scure della repressione.

Come riportato da Al Monitor, portale d’informazione sul Medio Oriente, solo a marzo, nel distretto di Garraf sono stati emessi mandati di arresto per quattro persone accusate di ateismo. Uno di loro è stato arrestato e il giudice Dhidan al Ekili ha fatto sapere ai giornali locali che le forze d’intelligence e di sicurezza erano sulle tracce degli altri.





L’accusa? Per il giudice, le persone ricercate sono tutti organizzatori di “seminari per promuovere l’idea della non esistenza di Dio e diffondere l’ateismo”. Secondo Ekili, l’amministrazione locale ha incaricato le agenzie di intelligence di reprimere il “fenomeno dell’ateismo”, in accordo con il codice penale iracheno.

Il problema però è che il codice penale iracheno, come ricordato da Ali Jaber al Tamimi per Al Monitor, non prevede che sia punito l’ateismo.  “Non ci sono articoli nel codice penale iracheno che prevedono una punizione diretta per l’ateismo, né esistono leggi speciali sulle pene contro gli atei”, spiega l’analista. “Ci sono articoli che puniscono la profanazione delle religioni“, ma la costituzione irachena prevede la libertà di religione e di pensiero.

I motivi della repressione dell’ateismo

Difficile stabilire una singola causa di questo fenomeno. Sicuramente c’è stata una crescita dell’ateismo in questi ultimi anni. Molti, come ricordato da Lorenzo Forlani per Agi, ritengono che sia il frutto del fallimento dei partiti di ispirazione islamica. 

Gli iracheni sono delusi. Il sistema dei partiti ha fallito. Le guerre che hanno devastato l’Iraq e la corruzione che spreme continuamente le casse pubbliche del Paese rendono impossibile a molti ritenersi ancora legati a quei movimenti. E per molti cittadini, l’ateismo si trasforma in un credo politico. Tanto che la repressione nasce più per scopi politici che per scopi religiosi.

In Iraq è ancora difficile capire la differenza fra laicità e ateismo. E per molti critici di questa scelta, definirsi atei è andare contro le autorità locali che sono tutte legate a partiti ispirati all’islam politico. Safaa Khalaf ad Al-Monitor ha ricordato come “molto spesso, le opinioni intellettuali sono confuse con le opinioni religiose o con i diritti civili. Spesso si può vedere la propaganda demonizzante sui social media contro qualsiasi tendenza che si scontra con gli interessi dell’autorità politica islamica”.

E questo si può osservare soprattutto da dopo l’invasione statunitense del 2003. Da quel momento, cioè da quando partiti di ispirazione islamica hanno preso il sopravvento, è difficile parlare di laicità in Iraq. Anche il Partito comunista iracheno non parla più di laicità, ma di “civiltà”. Proprio per paura di ritorsioni da parte dei chierici local, legati alle autorità politiche.

Le elezioni alle porte

Il tutto avviene a meno di due mesi dalle elezioni locali. In Iraq la questione è molto importante, perché assume connotazioni geopolitiche. La sfida fra sciiti e sunniti per il controllo del governo si traduce anche nella scelta degli alleati. Gli atei, in questo gioco, sono un problema, perché non rientrano nelle categorie prefissate dai partiti politici.

Così l’accusa di ateismo diventa automaticamente utile per accusare chiunque sia ritenuto contrario a questo sistema. Khalaf conclude la sua lettura affermando che le autorità si sentono a loro agio “perché li aiuta a reprimere qualsiasi visione opposta (al sistema politico, ndr), specialmente se mette in discussione la religione, i chierici o le pratiche che interferiscono con le libertà pubbliche”.

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