L’armistizio Usa-Iran sta subendo le sue prime, dure sfide dopo che Teheran e Washington si sono scambiati colpi negli ultimi giorni accusandosi reciprocamente di essere venuti meno ai termini del memorandum che ha fermato, per ora, la Terza guerra del Golfo. Quella tra sabato e domenica è stata la seconda notte consecutiva di raid nella regione mediorientale.
Venerdì una nave cargo singaporiana, la nave portacontainer Ever Lovely, e sabato la petroliera panamense Kikua sono state bersagliate dai droni della Marina dei Guardiani della Rivoluzione Iraniana (Irgc), che ha accusato gli Usa di aver violato l’articolo 5 dell’armistizio, gestendo un traffico nello Stretto di Hormuz da parte di navi che non sarebbero state coordinate con l’Iran nei loro movimenti, mentre Teheran sta avviando il confronto col vicino Oman per capire in che misura i servizi nella strategica via d’acqua, giugulare energetica decisiva, potranno essere co-gestiti nei prossimi anni. Washington ha colpito infrastrutture missilistiche e di difesa aerea nel Sud dell’Iran su iniziativa del Comando Centrale (Centcom) guidato dall’ammiraglio Brad Cooper, che coordina le operazioni in loco. L’Iran ha risposto tornando a espandere la reazione, con droni arrivati a colpire Bahrain e Kuwait.
I negoziati continuano
Tutto questo lascia presagire settimane di tensione mentre in Svizzera sono iniziati i negoziati per estendere a pace duratura l’ancora flebile armistizio. In tal senso, sarà ben da valutare quanto Washington e Teheran vorranno tenere duro sulla necessità di inquadrare questi scontri nella categoria degli incidenti. Il modo di pensare delle due nazioni in guerra da febbraio ad aprile sembra tutt’altro che bellicoso e sia l’Iran, che intende capitalizzare la difesa positiva dalle minacce di rovesciamento e ridimensionamento politico, che gli Usa, che vogliono portare un risultato a casa nella forma della rinuncia iraniana all’arricchimento dell’uranio per uscire più dignitosamente da una guerra fallimentare, non sembrano disposti a voler riprendere la guerra aperta.
Resta, nel breve periodo, la necessità di spegnere sul nascere qualsiasi incendio o provocazione. Se nella fase pre-cessate il fuoco erano i “falchi” statunitensi, specie coloro che erano e sono più legati a Israele, i principali critici dell’appeasement, ora le teste calde sembrano soprattutto frange più radicali del campo iraniano. La teoria della “difesa a mosaico“, decentralizzata e responsabilizzante verso i comandi locali, diventa un’arma a doppio taglio quando alimenta la possibilità di un’azione autonoma, se non di un vero e proprio colpo di testa, da parte di un militare o un Pasdaran dal grilletto facile. Così sembra essere andata nei casi dell’attacco alle navi dei giorni scorsi. Il fatto che gli Usa abbiano reagito con una mossa “tecnica” da parte di Centcom è un messaggio chiaro volto a mostrare la natura limitata della contromossa, mentre il 2 luglio i negoziati convocati per il nuovo round di incontri potrebbero anche avere al centro un altro dossier critico: l’istituzione di un “telefono rosso” Usa-Iran per gestire i traffici navali a Hormuz e evitare incidenti di questo tipo. Alcune comunicazioni in tal senso ci sarebbero state.
Da Hormuz al Libano
“Iran e Stati Uniti hanno attivato un canale di comunicazione per gestire gli incidenti nello Stretto di Hormuz”, nota Amwaj.media, aggiungendo che il vicepresidente Usa J.D. Vance sarebbe in prima linea per concretizzare in una struttura comune questa ipotesi e che addirittura in futuro potremmo vedere, fianco a fianco, membri del Centcom e dell’Irgc coordinarsi sul tema. Questo, aggiunge Amwaj, ha destato scalpore in Israele e a Washington “gli alleati politici del governo israeliano hanno condannato fermamente il vicepresidente statunitense per aver cercato di comunicare direttamente con le Guardie Rivoluzionarie, sottolineando che tale forza d’élite è designata come organizzazione terroristica straniera”. Insomma, le placche tettoniche del Medio Oriente ora presentano scontri tellurici, ora processi di ricomposizione. Ma la sensazione è che né gli Usa né l’Iran vogliano il ritorno alla guerra aperta e i negoziati potranno perlomeno cercare di trovare uno spiraglio di pace. Resta un grande dilemma: il Libano. Il memorandum tra Beirut e Tel Aviv, secondo quanto constatato da Haaretz e dal politologo americano Trita Parsi, potrebbe interferire col processo di pace in Iran.
Imponendo un sostanziale disarmo unilaterale e chiedendo la resa incondizionata a Hezbollah, non rappresentata al tavolo delle trattative, l’intesa potrebbe essere colta al balzo da Israele come leva per riprendere gli attacchi sul Partito di Dio se l’armistizio non si concretizzasse. E, sappiamo, la pace in Libano è per l’Iran precondizione per quella nel Golfo. Il rischio principale, come ad aprile dopo il cessate il fuoco di Islamabad e a maggio durante i negoziati per l’armistizio, resta nel Paese dei Cedri. Del resto, Benjamin Netanyahu, che il mondo lo conosce bene, l’ha capito da tempo: ribadisce che l’obiettivo ultimo di Israele resta il rovesciamento del regime iraniano e, al contempo, ricorda che Israele non si muove dal Sud del Libano occupato. Prove tecniche di nuovo sabotaggio? Staremo a vedere. Questo però conferma che la maggior minaccia alla trattativa Usa-Iran cova proprio laddove Washington e Teheran hanno meno leve operative. E ciò crea inevitabilmente problemi.
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