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Guerra

Iran-Usa, il tiro alla fune tra escalation militare e partita diplomatica

Gli Stati Uniti ricorrono allo strumento militare ma puntano sulle sanzioni economiche, mentre l'Iran non rinuncia a colpire nella regione.
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La nuova fase di escalation nel conflitto tra Usa e Iran, emersa dopo che negli ultimi giorni sono ripresi i raid reciproci nella regione del Golfo a seguito dell’esaurimento di un mese di stop, mette nuovamente sul chi vive una regione interna e l’economia internazionale, che sperava di ricevere notizie positive dallo Stretto di Hormuz. Contribuendo a intricare notevolmente le prospettive di riaprire, nel prossimo futuro, un tavolo negoziale a cui molti attori stavano provando a lavorare alla fine di agosto.

L’ondata di attacchi statunitensi in Iran tra l’1 e il 2 settembre ha coinvolto diverse infrastrutture strategiche nella Repubblica Islamica, da sistemi di comunicazione ad apparati balistici, e Teheran ha reagito colpendo obiettivi, come riporta Al Jazeera, tra Kuwait, Giordania, Bahrain e il Kurdistan iracheno. Sempre il Kuwait, invece, è stato bersagliato da Teheran tra il 2 e il 3 settembre. Ad oggi lo scenario parla di un conflitto riscaldato ma ancora lontano dai picchi di febbraio-aprile. In cui è bene capire quanto in là si spingerà l’asticella dell’escalation, mentre la pace si allontana.

Proprio dopo che a Bishkek si era chiuso il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco), importante opportunità diplomatica per il presidente iraniano Masoud Pezeshkian di respingere l’idea di un Paese isolato e di potersi confrontare con leader quali Vladimir Putin, Xi Jinping e Narendra Modi, e dopo un animato fine agosto diplomatico in cui si discuteva di possibili framework iraniano-omaniti per la gestione di Hormuz (con tanto di richiami espliciti al memorandum di tregua di giugno poi tracollato), gli scambi di raid sembrano riportare nell’incertezza tutta la regione dell’Asia Occidentale. In tal senso, Washington e Iran, ad oggi, non hanno in programma dialoghi diretti o mediati e, anche se l’intensità del confronto è ben distante da quella della fase più ampia della guerra, l’uso della forza torna uno strumento contemplato.

Gli Usa puntano sulle sanzioni

Partiamo dagli Usa. Il rilancio dei raid statunitensi si inserisce in una fase in cui altri strumenti di pressione contro l’Iran appaiono maggiormente spuntati, e del resto l’esito del vertice Sco parla chiaro riguardo le prospettive di un isolamento economico della Repubblica Islamica.

La Sco, di cui fanno parte dieci Paesi tra cui Iran, Cina, Russia, Pakistan e India, ha adottato in Kirghizistan una dichiarazione conclusiva del summit firmata da tutti i leader in cui, senza che Washington sia menzionata, si condannano nettamente gli attacchi contro Teheran e si scrive esplicitamente che i membri intendono agire “riaffermando il loro sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale della Repubblica islamica dell’Iran, auspicano una risoluzione del conflitto esclusivamente attraverso mezzi politici e diplomatici”. Un messaggio che sembra escludere tutti quei mezzi non militari ritenuti dalle parti in causa utili per accelerare la fine della guerra, tra cui si possono includere le sanzioni americane contro la Repubblica Islamica, di recente severamente rafforzate dal Tesoro dell’amministrazione di Donald Trump proprio con l’obiettivo di riportare Teheran al tavolo delle trattative alle condizioni di Washington.

La Russia, Paese a sua volta sanzionato pesantemente, avrebbe poco o nulla da guadagnare dal seguire la linea Usa, il Pakistan mediatore e alleato Usa si è detto “non vincolato” alle sanzioni unilaterali di Washington e, inoltre, prima del vertice Sco, del resto, la Cina aveva criticato l’operazione Economic Outcast volta a fare terra bruciata sul piano economico attorno la Repubblica Islamica. Infine a Biskek Modi, incontrando Pezeshkian e mostrando la volontà di rafforzare i rapporti bilaterali indo-iraniani, ha sostanzialmente smarcato Nuova Delhi da questa possibilità di pressione. Il politologo ed esperto di Iran Trita Parsi del Quincy Institute for Responsible Statecraft, ha del resto scritto su X che proprio la firma indiana al comunicato finale del summit ne amplifica il peso, essendo il Paese di Modi, tra i membri della Sco, il più vicino al campo occidentale e in particolare agli avversari strategici di Teheran, Usa e Israele.

Sempre Al Jazeera ha ospitato un editoriale co-firmato da Jeffrey Sachs e Sybil Fares in cui si parlava del fatto che Economic Outcast fosse destinata a un “imminente fallimento”, notando che proponendo di “escludere le esportazioni di petrolio iraniano da un mondo che ha già perso un quinto delle sue riserve petrolifere a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz” gli Stati Uniti “propongono di aggravare lo shock stagflazionistico che sta già colpendo l’Europa, il Giappone e gli altri alleati” senza alcuna prospettiva di indebolire in maniera decisiva sul breve periodo il regime di un Paese che fa già i conti con gravissime difficoltà economiche ma sembra intenzionato a non rinunciare alla logica della risposta colpo su colpo. La strategia Usa diventa rapsodica e alle dichiarazioni sempre dure del presidente Donald Trump si muovono in parallelo quelle orientate alla comunicazione delle missioni del Comando Centrale Usa, che sta procedendo all’applicazione del blocco navale contro l’Iran e comunica che il perimetro dei colpi inflitti ai Guardiani Rivoluzionari sono una risposta a minacce poste da Teheran alla navigazione commerciale e alle basi a stelle e strisce.

In questo contesto, Danny Citrinowicz dell’Institute for National Security Studies della Tel Aviv University, in un’analisi pubblicata su X nota che “Washington sta cercando di contenere il conflitto. L’amministrazione vuole chiaramente evitare un’escalation militare prolungata”, e in tal senso potrebbero pesare l’imminente appuntamento elettorale delle Midterm, in cui Trump si confronterà con i problemi economici imposti dalla guerra soprattutto sul fronte energetico.

L’assenza di un risultato chiaro, le problematiche operative (ben ricostruite da Paolo Mauri) nella gestione del conflitto e le conseguenze economiche da un lato spingono a una maggiore cautela, lo spuntamento dell’offensiva economica finale palesato dalla freddezza con cui Economic Outcast dall’altro chiama Washington a cercare di portare l’Iran a trattare con i mezzi a disposizione. Per Citrinowicz, però, va sottolineato che “Teheran sta perseguendo una strategia quasi opposta” e che ad oggi “l’Iran non ha alcuna intenzione di accettare l’attuale status quo nello Stretto di Hormuz” e “continuerà a cercare di interrompere il traffico delle petroliere e a contrastare gli sforzi degli Stati Uniti per stabilire una nuova realtà nello Stretto”.

Si conferma la volontà di Teheran di giocare la partita della pressione regionale sul lungo periodo, come dopo l’inizio della guerra aveva scritto con lungimiranza Vali Nasr della John Hopkins University sul Financial Times. Ma anche per l’Iran questa strategia pone dei rischi sistemici: può il Paese, al contempo, trattare con l’Oman passaggi futuri attraverso Hormuz mentre riprende la strategia dell’irraggiamento regionale della sua risposta ai raid Usa? Possono i vertici di Teheran, più assertivi e aperti al confronto aperto rispetto alla leadership colpita duramente dalla guerra (con le vittime eccellenti dell’Ayatollah Ali Khamenei e del “Richelieu” di Teheran, Ali Larijani), gestire la volontà di usare la leva militare come strumento di pressione per consolidare il ruolo geopolitico dell’Iran senza innervosire pesantemente i partner regionali? Inoltre, dal Qatar al Pakistan molti Paesi hanno scommesso apertamente sulla possibilità di un dialogo e della pacificazione regionale; Turchia e Arabia Saudita, partner di Islamabad nel Patto di La Mecca, accetteranno un confronto logorante e prolungato?

Gli Usa hanno di fronte a loro il rischio di non trovare una linea strategica chiara nella gestione del confronto con Teheran e continuano a cambiare priorità politiche e militari; l’Iran scommette sul fatto che il tempo giochi a proprio favore, ma deve fare i conti con la possibilità che il ritorno a un dialogo futuro sugli Usa fondato sul memorandum di Islamabad, spesso richiamato nei colloqui, risulti compromesso proprio dalla strategia dilazionatoria e di logoramento. Usando la teoria dei giochi, si può pensare che ad oggi entrambi gli attori vedano in un maggior confronto una situazione potenzialmente in grado di avvantaggiarli. L’intera regione mediorientale sembra pensarla diversamente. E nel tiro alla fune continuo tra Usa e Iran l’incertezza globale condizionata dalla crisi non fa che rafforzarsi ulteriormente.

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