Mentre si espandono i raid israelo-americani contro l’Iran e mentre Washington e Tel Aviv martellano Teheran e le altre principali città della Repubblica Islamica con un’ampia varietà di mezzi e armamenti, i governi di Benjamin Netanyahu e Donald Trump rivendicano un’acquisita supremazia aerea indiscriminata sul Paese centroasiatico.
Eyal Zamir, capo di Stato Maggiore delle forze armate di Tel Aviv, ha rivendicato che in 2.500 sortite in sei giorni (1.000 in più di quelle compiute a giugno nella guerra dei dodici giorni) l’Israel Air Force avrebbe colpito l’80% delle difese aeree iraniane; Pete Hegseth, segretario della Guerra degli Stati Uniti, aveva in precedenza affermato che “i leader iraniani guardano in alto e vedono solo la potenza aerea statunitense e israeliana ogni minuto“, e che gli alleati “controllano i cieli, scelgono obiettivi” e portano “morte e distruzione dal cielo, tutto il giorno”. Il Comando Centrale degli Usa, ripreso dall’Israel Defense Force, parla di “dominio dei cieli”.
Usa e Israele e la supremazia aerea
Lo scenario parlerebbe, dunque, di obiettivi largamente conseguiti. Ma è davvero così? La supremazia aerea è ben superiore alla più semplice superiorità aerea e impone un controllo capillare dei cieli nemici, la possibilità di portare ogni velivolo, anche i più vulnerabili alle contromisure, a colpire obiettivi in profondità sul territorio dello Stato avversario.
Tyler Rogoway, caporedattore di The War Zone, ha messo in dubbio l’idea che su tutto l’Iran Washington e Tel Aviv abbiano acquisito una supremazia aerea incontrastata, dato che per ora gli attacchi si sono concentrati su Teheran, sulla fascia meridionale e occidentale del Paese, sui porti, sulle infrastrutture nucleari e sulle basi di lancio dei missili del regime degli ayatollah. Il dettaglio non è da poco.
Rogoway fa notare che in larga parte gli attacchi avvenuti finora sono stati in modalità stand-off, tramite missili e munizioni lanciate da distanza, e che passare agli attacchi diretti tramite il conseguimento della supremazia aerea è l’obiettivo di Usa e Israele:
Il passaggio agli attacchi diretti consente un aumento significativo del volume totale di bersagli colpiti, oltre a offrire una gamma più ampia di effetti da infliggere su tali obiettivi. Le munizioni bunker-buster a penetrazione molto profonda, ad esempio, in genere non sono disponibili in modalità stand-off.
Le difese aeree e la strategia di Usa e Israele
L’analista sottolinea che non è da sottovalutare la presenza di batterie mobili, difese aeree celate o asset ancora non scoperti dall’Iran in caso di aumento delle incursioni dei cacciabombardieri israeliani e americani e dei grandi vettori Usa sui cieli del Paese centroasiatico. Rogoway sottolinea che a suo avviso F-22 e F-35 potrebbero muoversi con più libertà, ma sistemi aerei meno avanzati sarebbero più vulnerabili. Non a caso i B-52 e i B-1 usati per colpire l’Iran non hanno utilizzato armi per attacchi diretti ma missili lanciati a distanza: in caso di supremazia aerea totale, gli Usa avrebbero potuto portarli sopra gli obiettivi con più facilità.
Per l’autore “il rischio per gli aerei sarebbe particolarmente elevato nell’Iran orientale, che è rimasto in gran parte intatto rispetto alla metà occidentale del Paese”, e Rogoway nota che a giugno “persino i B-2 sono andati a Fordow con un massiccio equipaggiamento di caccia stealth di scorta e aerei di supporto per l’Operazione Midnight Hammer , che è avvenuta dopo giorni di bombardamenti israeliani sulle difese aeree iraniane.
Una guerra d’attrito
Anche il Centro per gli Studi Mediorientali di Ankara conferma che “Stati Uniti e Israele non sono ancora riusciti a elevare il loro vantaggio nello spazio aereo iraniano al livello della supremazia aerea”. Questo scenario mostra la complessità del confronto tra Usa e Israele da un lato e la difesa “a mosaico” dell’Iran dall’altro, che unitamente alle complessità morfologiche e orografiche di un Paese montuoso e impervio apre a prospettive d’analisi complesse sul futuro della campagna. Per l’Iran, chiaramente, l’obiettivo resta quello di alzare il prezzo della guerra per gli avversari, rendere difficile sostenerla, disperdere forze e attacchi di risposta come strumento di pressione, tenere di riserva opzioni asimmetriche in caso gli Usa e Israele aumentino il controllo sui cieli.
Washington e Tel Aviv vantano, dunque, certe situazioni di superiorità aerea locale e possono perlomeno entrare fino a Teheran con agio , ma qualsiasi accelerazione della guerra (tramite sostegno a operazioni di terra di gruppi secessionisti, attacchi più profondi al regime e ai suoi vertici, campagne di smantellamento delle infrastrutture vitali del Paese) richiederà di consolidare una situazione ancora non pienamente stabilizzata in maniera inequivocabile. E mentre i costi del conflitto salgono, Usa e Israele potrebbero trovarsi di fronte a possibili visioni divergenti per un endgame: paralisi della capacità offensiva dell’Iran (Usa) o guerra senza limiti con collasso finale del regime (Israele)? Il bivio si farà molto più esplicito al prosieguo della guerra.
“Nemmeno le versioni tecnologicamente più avanzate della guerra di precisione, come quelle praticate da israeliani e americani, riescono a eliminare la natura logorante dei conflitti militari moderni”, ha notato Franz-Stefan Gady per il Center for a New American Security. Ed è su questo fattore-costo che l’Iran fa leva come strumento di resistenza, forse il più indiretto e efficace per Teheran.
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