Iran-Usa: buona la prima. La tregua in Libano tiene per la prima volta

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I colloqui di Lucerna tra la delegazione iraniana e quella americana sono andati bene, come hanno dichiarato tutti i partecipanti, anche se sono stati travagliati dalle minacce alzo zero di Trump attraverso un’intemerata che desta inquietudini.

Si era scritto che tali minacce avrebbero indotto la delegazione iraniana ad abbandonare prima del dovuto le trattativa, ma così non è stato come hanno riferito gli interessati, i quali hanno dichiarato di non tener conto delle minacce del presidente americano, dati i trascorsi.

Quel che più inquieta è il retroscena di tali asserite minacce. Scriviamo asserite perché non c’è una dichiarazione, un post o un video in proposito. L’intemerata di Trump è stata riferita dal caporedattore esteri di Fox news Trey Yingst – che per cinque volte si è recato a Gaza come cronista embedded e almeno una volta, nella stessa veste, in Libano – e rilanciate dai media internazionali come fossero verità rivelate. Certo, Trump non ha smentito, ma sarebbe necessario, come doveroso in questi casi, verificare l’esattezza delle parole e inquadrarne il contesto.

Tali minacce sono giunte poco dopo la visita del sanguinario senatore Lindsey Graham a Trump, con il quale, a suo dire, si sarebbe intrattenuto per ben quattro ore e mezza. Al termine dell’incontro, Graham ha dichiarato alla CBS che il negoziato fallirà e che, quando ciò accadrà, Trump ordinerà di prendere “il controllo dello Stretto di Hormuz con la forza. Quindi, imporremo un pedaggio a chiunque lo attraversi per coprire i costi dell’operazione… Se l’Iran tenterà di sfidare il controllo statunitense dello Stretto di Hormuz, lo distruggeremo”.

Segnali che indicano che le pressioni sul presidente si sono intensificate. In quattro ore e mezza Graham avrà avuto modo di toccare molteplici tasti sensibili. Va ricordato, en passant, che il senatore si è vantato di aver avuto un ruolo da protagonista nel convincere Trump a scatenare la guerra contro l’Iran. Importanti in tal senso, aveva detto, sono state le informazioni ricevute dall’intelligence israeliana con cui si era rapportato in precedenza visitando più volte Tel Aviv.

Fin qui le inquietudini riguardo al futuro, che rendono incerto quanto accaduto in Svizzera, dove si è parlato molto del conflitto libanese, il nodo principale da sciogliere, e si è definita l’istituzione di un comitato di alto livello che vigilerà sulla prosecuzione dei negoziati, che in tal modo sono stati inseriti all’interno di binari che ne dovrebbero permettere la prosecuzione.

Per quanto riguarda la carneficina avviata da Israele nel Paese dei cedri, alla quale l’Iran è determinato a porre fine – altrimenti salta tutto, come deciso nel Memorandum di Islamabad – i mediatori del Qatar e del Pakistan hanno annunciato che verrà istituito un organismo preposto a supervisionare il rispetto del cessate il fuoco.

Tale organismo vedrebbe la partecipazione di personale americano, iraniano, qatariota e pakistano, senza cioè gli israeliani. Se tale esclusione fosse confermata sarebbe un ulteriore smacco per Tel Aviv. D’altronde, avendo violato incessantemente la tregua pregressa, l’esclusione ha una sua logica.

Potrebbe funzionare? Forse sì, forse no. Il fatto che ieri non si siano registrati scontri in territorio libanese, la prima volta dal 2 marzo (quando Hezbollah è entrata nella guerra iraniana), infonde una qualche speranza. Altra notizia che sembra andare in tal senso è la revoca delle restrizioni indette per motivi di sicurezza ai cittadini del Nord di Israele, l’area interessata al conflitto con Hezbollah, annunciata ieri dalle autorità di Tel Aviv.

Insomma, al solito, un intreccio di segnali positivi e negativi. D’altronde il quadro è complesso: se gli Stati Uniti raggiungessero un’intesa reale con Teheran e I’IDF fosse costretto a ritirarsi del Libano meridionale, per Israele – non solo per Netanyahu – sarebbe uno smacco di portata storica, da cui le resistenze pubbliche e occulte.

Rarissime le voci in Israele che guardano a tale processo con sollievo, nonostante il fatto che anche i militari riconoscano che la guerra contro Hezbollah sia un tragico errore strategico, come dettaglia un articolo del Jerusalem Post dal titolo: “I soldati delle Forze di Difesa Israeliane in Libano stanno morendo invano?”

Ancora più approfondito e realistico l’articolo di Sever Ploker su Yedioth ahronoth dal titolo “Abbiamo fallito miseramente nel trattare con Hezbollah”, nel quale ripercorre tutti gli asseriti successi militari dell’IDF in Libano, dove Hezbollah e stata più volte data per spacciata per risollevarsi sempre dalle ceneri, e che conclude: “È inevitabile giungere alla conclusione che i suoi presupposti fondamentali [della strategia israeliana ndr], cioè che la forza militare e l’occupazione delle zone di sicurezza risolveranno ogni problema ed elimineranno tutti i nemici, siano irrealistici. È giunto il momento di usare e attivare la capacità diplomatica”.

Sotto un altro profilo, appare importante anche l’intervista del presidente siriano Ahmad al-Sharaa, che ieri ha escluso nuovamente che Damasco possa aderire all’appello di Trump di ingaggiare una guerra contro Hezbollah, aggiungendo che il suo Paese è pronto però a intensificare i rapporti a vari livelli con il Libano per favorire una soluzione politica della polarizzazione libanese in un dialogo in cui sia ricompresa anche Hezbollah. Sarebbe meglio che ne stesse fuori, ma quel che resta è che, nel caso di un’ingerenza nel Paese confinante, non si caratterizzerebbe come intervento militare.