Il conflitto Oriente-Occidente, che ha nell’incendio ucraino e iraniano i suoi focus (e nel genocidario espansionismo israeliano il primo motore mobile), è in stallo. Diverse, però, le dinamiche e le prospettive.
Sul conflitto iraniano gli Stati Uniti, su pressione neocon e israeliana, si sono attestati su una posizione di assedio prolungato. Lo ha dichiarato Trump, lo spiega in maniera articolata l’editoriale del Washington Post che dà voce ai falchi.
L’idea è quella di piegare l’Iran perseverando nel blocco e scommettendo sul fatto che la chiusura prolungata di Hormuz non provocherà il collasso dell’approvvigionamento energetico globale e che il rincaro dei prodotti causato dall’innalzamento del costo dell’energia non comporterà aggravi ingestibili.
A tale proposito il Wp osserva che “il prezzo del petrolio, pur essendo elevato, non è catastrofico”. Ciò perché i Paesi del Golfo stanno esportando oro nero e gas attraverso vie alternative allo Stretto. Così gli States possono tranquillamente continuare a tener chiuso Hormuz e aspettare che l’Iran ceda alla pressione economica, rincarata da nuove e più incisive sanzioni volte a isolare completamente Teheran, che saranno varate al più presto.
Si ripete quanto accadde all’inizio della guerra ucraina, quando gli strateghi d’oltreoceano assicurarono ai loro alleati che la Russia sarebbe crollata sotto il peso delle sanzioni infernali. Non ha funzionato con Mosca, da vedere se accadrà con Teheran. Dubitiamo.
Di fatto, si tratta di una variante delle guerre infinite che, al posto della conflittualità aperta – che pure secondo il WP deve restare all’orizzonte – si dipana attraverso un assedio a tempo indeterminato. Tale strategia esclude tassativamente e ab initio un qualche tipo di accordo con Teheran, come intima il Wp. Il tentativo è quello di replicare in salsa mediorientale l’embargo catastrofico che sta stritolando Cuba. E dire che il Wp dipinge Teheran come “un regime sanguinario”…
Al di là delle possibilità iraniane sia di eludere il blocco attraverso canali alternativi, sia di resistere a pressioni enormi, resilienza dettata dalla consapevolezza di essere bersaglio di una guerra esistenziale (in caso di sconfitta l’Iran cesserà di esistere nella sua forma attuale), resta la scommessa sulla resilienza dei mercati e dei popoli allo stress test energetico.
La narrazione che le esportazioni dei Paesi del Golfo possano aggirare la strettoia di Hormuz appare, in realtà, alquanto forzata. Esistono, certo, vie alternative, rafforzate di recente, ma non sono attualmente in grado di compensare il deficit. Perché accada serviranno anni, che il mondo non ha. Nel frattempo le riserve energetiche globali vanno sempre più a esaurirsi, limitando le possibilità di gestire la crisi.
Ma tale è la follia degli strateghi neocon e israeliani, con questi ultimi che premono per il prolungamento delle ostilità con l’Iran anche per un altro motivo: il fatto che Hormuz sia il focus dell’attenzione globale gli consente di subire meno pressioni internazionali riguardo al suo feroce espansionismo.
Insomma, nulla all’orizzonte sul fronte iraniano, con le speranze di sviluppi positivi ridotte al lumicino. Resta da vedere se le Petromonarchie del Golfo, vittime anch’esse dell’avventurismo israelo-americano, rimarranno inerti di fronte a tanta follia o se le ribellioni sottotraccia registrate finora si tradurranno in qualcosa di più forte.
Quanto al Congresso statunitense, sebbene si segnalino accese critiche alla gestione del conflitto, finora non sono riuscite a incidere in nessun modo. Difficile che qualcosa cambi a breve. Resta solo l’imprevedibilità di Trump, sulla quale però è impossibile fare previsioni.
Quanto allo stallo ucraino, benché appaia similare, è di tutt’altra natura. Cosciente di non poter far nulla per chiudere la guerra, Trump ha deciso di disinteressarsi del dossier in attesa che sia il teatro di guerra a piegare Zelensky a più miti consigli. Un disinteresse attivo, perché negando a Kiev le difese aeree, di fatto ha lasciato campo libero ai vettori russi.
Ai fautori di questa guerra infinita è rimasta solo la narrazione/boutade secondo la quale Kiev può costringere Putin alla resa. Narrazione fondata dagli attacchi in profondità in territorio russo, che oltre a bersagliare le risorse energetiche e il traffico marittimo del Mar Nero, negli ultimi tempi hanno interessato la grande distribuzione nel tentativo di far dilagare il malcontento tra la popolazione (allo stesso tempo e per lo stesso motivo sono aumentati gli attacchi contro i civili).
Campagna alla quale la Russia ha risposto aggiungendo ai target di natura militare ed energetica la grande distribuzione ucraina e, soprattutto, i porti ucraini sul Mar Nero, anzitutto Odessa. Uno sviluppo che sembrava naturale all’inizio del conflitto, dal momento che gran parte del commercio ucraino passa attraverso questo porto strategico, ma che Putin finora aveva evitato.
“‘Le fonti di reddito si sono prosciugate, non ci sono più esportazioni’. Gli agricoltori ucraini non riescono a vendere il loro raccolto a causa del blocco navale”, titola Strana. Non esistono alternative: né i treni merci né le vie fluviali, anzitutto il Danubio, possono compensare (peraltro, il Danubio è in secca…). Senza contare che, del caso, anche queste rotte possono essere facilmente chiuse dai missili russi.
Non c’è alternativa ad accettare le condizioni di Mosca, ma Zelensky non cede. La pace segnerebbe la sua fine politica. Inoltre, i suoi sponsor sperano ancora di degradare la Russia, tanto a morire sono gli ucraini. Infine, la pace renderebbe più ardui i traffici illeciti fioriti all’ombra del conflitto (armi, droga, corruttela, traffico di esseri umani, in particolare bambini).
Così, mentre i russi continuano a spostare la linea del fronte sempre più avanti, logorando quel che resta delle forze ucraine, la mattanza continua, con un ulteriore accenno all’escalation: Putin ha perso la pazienza riguardo al sequestro delle navi russe ad opera dei Paesi europei. Ha dichiarato che, in caso di reiterazione, i russi ripagheranno con la stessa moneta. Avvertimento serio perché, a differenza dei pregressi, viene dal Cremlino. Si spera che le controparti evitino ulteriori sciocchezze, che, tra l’altro, non incidono sul conflitto.
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