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Trump tentenna e prende tempo sull’Iran. Forse preoccupato dai sondaggi, che vedono gli americani (repubblicani compresi) ad ampia maggioranza contrari a un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti in una nuova guerra in Medio Oriente, per non parlare della rivolta dell’ala Maga del partito repubblicano che ha ricordato al presidente Usa la promessa, fatta in campagna elettorale, di non coinvolgere Washington in nuove, dispendiose, “guerre senza fine”. L’umiliazione subita dal “falco” Ted Cruz nell’intervista con Tucker Carlson – che ha fatto il giro del mondo – ha probabilmente spinto l’inquilino della Casa Bianca a prendersi ulteriore tempo. Il tutto accade mentre il presidente viene tirato dalla giacchetta dalla lobby israeliana e dal premier Benjamin Netanyahu, ansiosi di un’entrata in guerra dell’America.

Trump si prende due settimane di tempo

Trump ha dichiarato nelle scorse ore che si prenderà “almeno due settimane” per decidere se gli Stati Uniti interverranno direttamente con bombardamenti contro l’Iran, nel mezzo del conflitto in corso tra Teheran e Israele. Gli Stati Uniti stanno già aiutando Israele intercettando missili iraniani e fornendo supporto aereo, ma una partecipazione militare diretta segnerebbe un’escalation significativa. Parlando dalla Casa Bianca, Trump ha sottolineato che il lasso di tempo di due settimane sarà sufficiente per valutare se una soluzione diplomatica sia praticabile. “Voglio vedere se possiamo evitare un conflitto più ampio, ma non permetteremo che la sicurezza dei nostri alleati venga minacciata”, ha detto il presidente. Il conflitto tra Israele e Iran, giunto all’ottavo giorno, ha visto un’intensa escalation con centinaia di attacchi missilistici da entrambe le parti.

L’attuale crisi è iniziata la scorsa settimana, nelle prime ore di venerdì, quando Israele ha lanciato un attacco a sorpresa contro obiettivi militari e nucleari a Teheran. Secondo il governo di Tel Aviv, l’operazione era necessaria per garantire la sopravvivenza dello Stato ebraico, in risposta alle crescenti preoccupazioni per il rapido sviluppo del programma nucleare iraniano. Tuttavia, si tratta di una chiara violazione del diritto internazionale che non prevede “attacchi preventivi” contro uno Stato sovrano.

I dubbi sull’operazione militare

A preoccupare il presidente Usa anche le incertezze sulle opzioni militari disponibili. In un acceso dibattito all’interno del gabinetto di Trump e tra i vertici del Pentagono, riportato anche dal Guardian, è emersa una divergenza di opinioni sull’efficacia delle bombe GBU-57, ordigni da 13,6 tonnellate, nel distruggere il complesso nucleare iraniano di Fordow, situato in profondità sotto terra.

Il presidente Trump, secondo quanto riferito, si sarebbe mostrato scettico sulla capacità di queste bombe di raggiungere l’obiettivo, spingendo alcuni a considerare che solo un’arma nucleare tattica potrebbe garantire la distruzione del sito. Due funzionari della difesa hanno confermato questa ipotesi, sottolineando la difficoltà di colpire un obiettivo così ben protetto.

Inoltre, come sottolinea Daniel DePetris, anche un’operazione statunitense limitata contro Fordow non sarebbe pulita. “Gli iraniani – afferma – risponderebbero a un tale attacco come hanno fatto in passato, e sebbene quasi la metà del loro arsenale di missili balistici possa essere esaurita, hanno ancora centinaia di missili disponibili (se non di più) per colpire le basi statunitensi in Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania”. Come riportato dal New York Times il 17 giugno, “l’Iran ha preparato missili e altre attrezzature militari per attacchi alle basi statunitensi in Medio Oriente qualora gli Stati Uniti si unissero alla guerra di Israele contro il paese”.

Al momento, dunque, nonostante le enormi pressioni della lobby israeliana e del senatore Lindsey Graham, Trump sembra preferire la strada diplomatica.

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