Nelle sale ovattate della diplomazia internazionale si alza la temperatura. Mentre l’amministrazione Trump brandisce nuovamente la minaccia del bombardamento preventivo, la Russia alza la voce e denuncia: “Il mondo si è stancato delle infinite minacce contro l’Iran”. Parole pesanti, quelle pronunciate dalla portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che avvertono: colpire Teheran non porterà alla pace. Al contrario, spingerà il Medio Oriente verso un baratro irreversibile.
La Russia osserva, parla, ammonisce. Ma non difende. L’accordo strategico firmato con l’Iran a gennaio non include una clausola di difesa reciproca. Un segnale chiaro: Mosca sostiene Teheran, ma non vuole immolarsi per essa. Vladimir Putin coltiva una relazione personale con l’ayatollah Khamenei, ma sa bene che l’Iran è alleato solo per contingenza, non per affinità. E i rischi di una corsa nucleare nella regione sono troppo alti anche per il Cremlino, impegnato a contenere i danni della sua stessa guerra in Ucraina.
La strategia intimidatoria di Trump
Le minacce americane sono il sintomo di una strategia fondata sull’intimidazione più che sul negoziato. Trump, tornato alla Casa Bianca a gennaio, ha rilanciato l’approccio muscolare che già nel 2018 portò gli USA a stracciare unilateralmente l’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), firmato nel 2015. Quell’uscita, celebrata in patria e condannata ovunque altrove, ha dato via libera a Teheran per accelerare l’arricchimento dell’uranio. Oggi, l’Iran è più vicino che mai alla soglia tecnologica per lo sviluppo di un’arma nucleare.
La Casa Bianca agita lo spettro del “regime canaglia”, ma evita di ricordare che fu proprio Washington, negli anni Cinquanta, a porre le basi del programma nucleare iraniano, allora gestito d’intesa con lo scià filoamericano. La rottura definitiva è avvenuta dopo la rivoluzione del 1979. Da allora, l’Occidente ha alternato tentativi di contenimento e minacce, sanzioni e attacchi mirati, ma senza mai ricostruire una fiducia minima.
Mosca come arbitro impotente
Nel quadro attuale, la Russia si propone come arbitro, ma le sue mani sono legate. Il vice-ministro degli Esteri Ryabkov ha parlato di “conseguenze catastrofiche” se Trump decidesse per l’attacco. Parole che servono a salvare la faccia e a posizionarsi come interlocutore ragionevole. In realtà, Mosca sa bene che uno scontro diretto tra USA e Iran trasformerebbe la regione in una fornace, con ripercussioni globali sulla sicurezza energetica e sugli equilibri geopolitici tra potenze emergenti e decadenti. In questo gioco di specchi, la Cina tace. L’Europa balbetta. Israele osserva. E l’Iran, isolato ma ancora saldo, resiste. Ma fino a quando?
Mentre Trump alza il volume dello scontro e l’Occidente guarda altrove, la Repubblica islamica si prepara: rafforza le sue difese, stringe i legami con Russia e Cina, e spera – forse illudendosi – che l’ombra dell’atomica funga da deterrente. Ma anche i deterrenti hanno un punto di rottura. E quando lo si raggiunge, non bastano le dichiarazioni diplomatiche. Servono scelte strategiche. E coraggio politico. Due qualità che, oggi, sembrano mancare tanto a Washington quanto a Mosca.

