Gli Stati Uniti non vogliono un regime change in Iran: questo è il messaggio lanciato da Donald Trump dopo l’omicidio di Qasem Soleimani. L’Iran ha giurato vendetta e ha colpito, dopo alcuni giorni, due basi americane. Lo ha fatto con decine di missili e senza provocare vittime fra i soldati statunitensi di stanza a Erbil e nella base al Asad. Rappresaglia che molti hanno considerato non proporzionata rispetto alla morte del generale iraniano a capo delle Forze Quds. Ma che proprio per questo potrebbe avere due letture: che l’Iran doveva rispondere ma non poteva farlo in maniera effettivamente proporzionale; la seconda è che non è finita qui. Il tempo è dalla parte di Teheran e ai vertici della Repubblica islamica sanno di poter logorare l’avversario.

Ipotesi che nel frattempo fanno i conti con la realtà: il Medio Oriente è in fermento e l’Iran ha subito un colpo decisivo non tanto nella sua strategia (che non cambia solo con una morte, pur eccellente), quanto nella sua immagine di potenze in grado di controllare la regione o provare a sovvertire l’ordine voluto da Stati Uniti, Israele e Saud (e forse anche dalla Turchia). L’uccisione di colui che è stato l’artefice dell’edificazione della Mezzaluna sciita ha un altissimo valore simbolico ma anche pratico. E adesso, se non è certo un regime change che cerca Trump, di sicuro quello che può avvenire un cambiamento strategico imposto a tutti: dagli arabi a Israele fino alla Russia e alla Cina. Che in Medio Oriente hanno più di un interesse.

Al netto delle conseguenze militari e politiche evidenti, cioè minacce, vendette e raid, ci sono altri effetti che sono meno cristalline ma altrettanto fondamentali. Innanzitutto i silenzi. Tra reazioni di soddisfazione di semplice richiesta di raffreddamento delle tensioni, nessun leader mondiale ha condannato gravemente il gesto di aver ucciso Soleimani né ha offerto sostegno e aiuto all’Iran. La Repubblica islamica, colpita al cuore della sua strategia, ha ricevuto solo richieste di frenare possibili escalation. Un segnale interessante visto che l’America ha di fatto ucciso un capo politico e militare importante in tutto il Medio Oriente, ma è anche l’esempio perfetto di come quell’assassinio avesse anche lo scopo di far comprendere che, nei fatti, il Medio Oriente non si era mai sganciato dall’influenza statunitense e che quel disimpegno voluto da Trump sin dalla sua campagna presidenziale non equivaleva a un abbandono della regione ai nemici strategici. E questa morte è stata la garanzia dell’impegno della Casa Bianca anche a fronte degli spostamenti delle truppe in Siria. L’Iran era considerato da sempre il nemico del mondo sunnita legato alle monarchie del Golfo, così come non è mai stato un vero partner strategico della Turchia, pur con una certa affinità tra Recep Tayyip Erdogan e Hassan Rouhani.

Nessuno, dal Nord Africa all’Anatolia fino al Golfo Persico ha reagito concretamente all’attacco mostrando la minima vicinanza reale a Teheran. Segno che in fondo, quella morte, rappresentava qualcosa di più si una sfida tra Iran e Stati Uniti. Tutti i nemici dell’Iran preferiscono un Trump “autoritario” in Medio Oriente piuttosto che una situazione di calma apparente nella regione con l’Iran in grado di gestire le crisi esplose in questi anni. Mentre i turchi, che hanno messo più di un piede nel Golfo grazie all’asse con il Qatar, hanno perso un una personalità che aveva, tra le altre mosse,. fatto sì che Doha si avvicinasse (e molto) a Teheran prima del blocco saudita.

Il silenzio del mondo mediorientale è forse uno dei risultati più interessanti raggiunti da The Donald, che, attraverso la “svolta neocon”, cerca di imporre non un regime change interno all’Iran ma un regime change in tutta la regione. Ha fatto intendere che gli iraniani sono soli e soprattutto ha reso evidente che qualsiasi attacco nei confronti degli alleati Usa nel Golfo e nella regione sarebbero considerati attacchi contro vittime che non avevano alcun ruolo nell’omicidio. E anche per questo Ali Khamenei ha preferito scegliere la via dell’attacco diretto alle basi americane in Iraq: far colpire gli Usa dai proxy mediorientali significava abdicare al ruolo di guida; colpire gli alleati americani o direttamente Israele avrebbe significato un attacco non proporzionale e non giustificato dalla “legittima difesa”.

Al silenzio arabo si aggiunge quello turco, perché Erdogan ora accresce ancora di più il suo ruolo nella regione evitando che l’Iran possa prendere il sopravvento. La guerra in Siria, ad esempio, avrebbe potuto rappresentare la grande vittoria della Mezzaluna sciita e quindi della strategia iraniana, che avrebbe collegato Teheran al Mediterraneo. Con l’esclusione progressiva dell’Iran, la Turchia ha imposto la sua road-map in un abile gioco di alleanze e ora, con la morte di Soleimani, l’Iran perde un punto essenziale della catena di comando che collega il quartier generale iraniano ai vari centri nevralgici del Mediterraneo orientale fino al Golfo, aprendo la strada al sogno neo-ottomano. Il silenzio del sultano è la più chiara conferma del suo sogno egemonico nei confronti dell’altro impero, quello persiano.

Nel frattempo, l’escalation tra Usa e Iran ha anche imposto un cambio di passo a Putin che, non a caso, ha scelto di passare il Natale ortodosso a Damasco prima di incontrare proprio Erdogan. Sia chiaro: Iran e Russia hanno forti interessi in comune, ma non è un caso che Mosca, in queste settimane, non abbia mai definito l’Iran un “alleato”. Le parole contano, specialmente in diplomazia. Così come le strategie a lungo termine. L’obiettivo russo, in questo momento, è fare in modo che a un nemico americano (il grande Iran targato Soleimani) non si sostituisca un alleato esclusivamente pro Usa. Ed è per questo che da tempo il Cremlino ha rafforzato i legami con Israele, Arabia Saudita e Turchia. Niente a Mosca è lasciato al caso: e Putin sa di poter essere non il padrone del Medio Oriente, ma sicuramente non un attore secondario. Finora lo status quo premiava Putin: ma la morte di Soleimani impone anche ai russi un cambio di passo. Trump ha colpito al cuore un partner essenziale nella lotta all’Isis, ma anche una potenza regionale che la Russia ha sempre cercato di limitare: come confermato anche dagli accordi presi in Siria. E ora per il presidente russo si aprono nuovi scenari, possibilmente in grado di rafforzare la sua strategia.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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