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Iran, Cina e Russia hanno dato il via, oggi, a un’esercitazione navale congiunta nell’Oceano Indiano e nel Golfo di Oman che durerà quattro giorni. A riferirlo è stata l’agenzia stampa cinese Xinhua in uno stringato comunicato ripreso da diversi media, anche occidentali.

L’esercitazione era prevista da tempo. Già lo scorso novembre la Tass aveva annunciato le manovre navali che hanno lo scopo di “garantire la sicurezza collettiva e aiutare gli sforzi congiunti per la sicurezza nella parte settentrionale dell’Oceano Indiano, dove diversi incidenti, inclusi attacchi di pirati, hanno avuto luogo” riportando le parole che il contrammiraglio Hossein Khanzadi, comandante in capo della Marina Iraniana, aveva rilasciato all’agenzia stampa Tasnim.

Non sappiamo quali assetti delle tre nazioni saranno impiegati. Pechino ha fatto solamente sapere, tramite il portavoce del ministero della Difesa Wu Qian, che il cacciatorpediniere lanciamissili Xining prenderà parte all’esercitazione e che l’esercitazione è rivolta ad approfindire gli scambi e la cooperazione tra le marine dei tre Paesi dimostrando contestualmente la capacità e volontà delle tre parti di salvaguardare, insieme, la pace mondiale e la sicurezza marittima e costruire attivamente una “comunità marittima” con un “futuro condiviso”.

Wu ha aggiunto che “le manovre congiunte sono un normale scambio di preparativi tra i tre Paesi. L’esercitazione è in linea con le relative leggi internazionali e non ha nessuna connessione con l’attuale situazione regionale”.

Lo Xining (codice identificativo 117) è un cacciatorpediniere della classe Type 052D in servizio dal 2017 nella Flotta Nord della Pla Navy. Il vascello ha un dislocamento di 7.500 tonnellate a pieno carico ed è armato principalmente con un sistema Vls (Vertical Launch System) a 32 celle che ospitano missili tipo HHQ-9A superficie-aria a lungo raggio. I cacciatorpediniere di questa classe sono anche dotati di sonar tipo variable depth/towed array che conferiscono una più grande capacità antisom (Asw) rispetto alle unità della classe precedente, inoltre, il sistema di lancio per missili verticale (Vls), può essere equipaggiato con vettori stand-off dotati di siluri per la lotta Asw.

Lo scopo dell’esercitazione, nonostante le assicurazioni del portavoce del ministero della Difesa cinese, è quello di rispondere all’incremento della presenza americana nell’area del Golfo Persico/Oceano Indiano a seguito dell’attacco alle raffinerie saudite dello scorso settembre e agli attacchi alle petroliere nelle acque del Golfo e del Mar Rosso, che Washington ha individuato come messi in atto da Teheran.

Non è un caso, guardando le tempistiche, che l’esercitazione navale sia stata decisa preliminarmente a ottobre. Sempre guardando agli ultimi eventi nella regione si capisce come questa sia anche una risposta fortemente voluta da Teheran per rispondere alle recenti manovre effettuate dall’Arabia Saudita insieme alla Cina, denominate Blue Sword 2019, che si sono tenute lo scorso novembre.

La Cina gioca infatti una partita su più fronti: da un lato sostiene l’Iran nella sua lotta contro gli Stati Uniti da quando questi hanno unilateralmente stracciato l’accordo sul nucleare, il Jcpoa, dall’altro ha tutto l’interesse a colloquiare con il suo rivale regionale, l’Arabia Saudita, con il quale ha decenni di rapporti di tipo commerciale e anche militare, nonostante Riad graviti nell’orbita statunitense.

Scendendo in dettaglio l’attuale situazione di instabilità nel Golfo Persico e nei mari contigui ha rimescolato le carte in tavola delle alleanze aprendo ulteriormente la porta alla penetrazione cinese nell’area, che già era stata stabilita con l’insediamento militare di Gibuti fortemente voluto da Pechino nel quadro della One Belt One Road Initiative, la Nuova Via della Seta, ma non solo.

Il nuovo scontro tra Teheran e Washington ha infatti permesso a Pechino di proporsi come alleato e di sostenere l’Iran col paravento della “sicurezza globale e marittima”, ma di fatto si tratta di una mossa finalizzata al tentativo di controllo dei vitali accessi marittimi lungo vie commerciali, quelle che passano per lo Stretto di Hormuz e per quelli di Bab el-Mandeb, che vedono il transito di centinaia di miliardi di dollari di merci e materie prime tra cui gli idrocarburi.

Sebbene lo stesso ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, abbia assicurato che l’esercitazione non deve essere vista come un atteggiamento ostile dell’Iran (o degli altri Paesi che vi prendono parte) verso altre nazioni, risulta chiaro che la strategia iraniana, in questo particolare momento, sia quella di assicurarsi ogni possibile appoggio internazionale da quelli che sono gli avversari degli Stati Uniti: gli Ayatollah hanno ormai capito che non possono contare sull’Unione Europea (leggasi Germania e Francia) per poter risolvere la questione nucleare – sebbene questa si sia prodigata nel recente passato, per cercare di aggirare l’embargo statunitense – pertanto sono tornati a guardare prepotentemente a Mosca e soprattutto a Pechino, che oggi rappresenta il vero concorrente all’egemonia mondiale statunitense. A margine dell’esercitazione trinazionale, la Cina ne terrà, successivamente sempre a dicembre, un’altra con la Tanzania denominata Sincere Partner 2019 a certificare la sua volontà di contrasto agli Usa a livello globale.

La Russia, in questo momento, è alle prese con un profondo rinnovamento delle proprie forze (non solo militari) e a causa di un’economia traballante ha ancora un ruolo subalterno in quella che, a tutti gli effetti, si sta delineando come una partita a due sullo scacchiere globale. Nonostante le difficoltà, però, Mosca non è affatto da sottovalutare non solo per gli storici legami che ha con alcune nazioni mediorientali, ma anche perché ha dimostrato di saper inserirsi con acume e spregiudicatezza in quei “vuoti” di potere lasciati dagli Stati Uniti, proprio per cercare di recuperare la sua sfera di influenza che è andata persa col termine della Guerra Fredda e la profonda crisi che la ha attanagliata per più di un decennio dal dissolversi dell’Unione Sovietica.

Gli interessi di Mosca, Pechino e Teheran, quindi, coincidono in quello scacchiere e l’esercitazione è solo la dimostrazione che i tre Paesi hanno la volontà di stabilire un fronte comune per contrastare la presenza Usa e, in senso lato, occidentale. Non è un caso che gli attori coinvolti, abbiano, o abbiano avuto nella loro storia, una visione “imperiale”: Iran, Russia, Stati Uniti, Regno Unito e Cina continuano ad avere, al di là delle contingenze, un atteggiamento molto diverso rispetto ad altre nazioni che pure sono state potenze coloniali dimostrando, ancora oggi, un orgoglio nazionale con una vocazione più o meno globale che manca ad altri Paesi (Francia esclusa). Chi scrive vede infatti molte similitudini tra quanto sta avvenendo oggi e le alleanze che si erano delineate tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 che intercorrevano tra gli “imperi centrali” e tra le “talassocrazie”, con la differenza che lo scacchiere non è più quello europeo caratterizzato da potenze coloniali, ma globale con una superpotenza egemone e diverse potenze regionali emergenti.