Iran. Prospettive di intesa, la furia del partito delle guerre infinite

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Quando Trump, a sorpresa, ha dato l’annuncio di un imminente accordo con l’Iran si è scatenato l’inferno, né poteva essere diversamente: troppo alta la posta in gioco. La reazione furibonda del partito delle guerre infinite, che da Israele promana negli States e altrove, segnala che l’annuncio presidenziale non è una finzione o un trucco per favorire un attacco a sorpresa successivo (che pure resta possibile, se i falchi riusciranno a piegarlo).

Ovviamente, l’intesa, che deve ancora essere codificata e consolidata, sarà ristretta a un accordo quadro su alcuni punti dolenti, anzitutto il destino di Hormuz, e prolunghi i tempi del cessate il fuoco per dare spazio a negoziati sulle criticità in sospeso.

Di interesse la prudenza di Netanyahu che, dopo aver superato la furia epica successiva all’annuncio, ha dichiarato che l’accordo in fieri eliminerà la minaccia nucleare iraniana (l’inesistente casus belli).

Dichiarazione importante perché, almeno in questa dichiarazione, non ha menzionato né la riduzione del programma missilistico iraniano, la vera deterrenza di Teheran, né la rescissione delle sue alleanze regionali, cioè quanto pretendeva in precedenza (richieste pretestuose che avevano lo scopo di riaprire le ostilità, dal momento che non possono essere accettate dalla controparte).

Non che Netanyahu si sia convertito alla pace. Si tratta di mera tattica, necessaria a evitare che la divergenza con Trump sia brandita dai suoi oppositori interni, dal momento che a qualsiasi premier israeliano sarebbe fatale il distacco pubblico dal Golem d’oltreoceano. Inutile aggiungere che un conto sono le parole, altro è la realtà: il fuoco di sbarramento occulto contro l’intesa resta alzo zero.

A intrupparsi nella jihad anti-accordo, tutta la leadership israeliana, posizione che palesa uno dei più grandi successi di Netanyahu, il quale è riuscito a trasmettere alla politica e alla società di un intero Paese la sua ossessione maniacale verso Teheran, un tempo molto meno sentita.

A tale jihad hanno aderito con ovvio entusiasmo diversi senatori americani, repubblicani e democratici (elenco e rispettive dichiarazioni sul New York Times), ai quali Trump ha risposto definendoli “perdenti“, critica che in America riecheggia più forte di altre.

Tanto il nervosismo innescato dalla prospettiva di un accordo, come dimostra la sparatoria davanti alla Casa Bianca, fosco presagio per i giorni a venire. Un nervosismo che la crisi globale innescata dal collasso dello Stretto di Hormuz sta facendo dilagare nel mondo: ieri il devastante attentato a un treno pakistano, 14 i morti, ma potevano essere centinaia.

Il Pakistan continua ad avere un peso centrale in questa crisi grazie al ruolo di mediazione che si è ritagliato e che sta svolgendo in nome e per conto della Cina, che in questi giorni ospita il primo ministro di Islamabad Shehbaz Sharif (stipulati accordi per miliardi di dollari). Peraltro, il ruolo della Cina in questa mediazione è stato riconosciuto pubblicamente dal portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, che ne ha lodato “l’efficace” attivismo.

C’è ancora tempo e modo per affondare le trattative. Tanti i punti su cui ancora occorre lavorare e sui quali possono collassare. Anzitutto il nucleare, che resta appunto il nodo centrale, sia per la sorte del programma nucleare iraniano, sia per il destino dell’uranio arricchito ancora nella disponibilità di Teheran.

Ma su questo punto si può trovare un modo per demandare ai successivi negoziati il compito di sciogliere i nodi più difficili, inserendo nel memorandum d’intesa provvisorio garanzie che diano a Trump la possibilità di poter rivendicare una qualche vittoria.

Molto più difficile sarà trovare un accordo, anche preliminare, a due nodi che ad oggi appaiono di impossibile risoluzione: il Libano e lo Stretto di Hormuz.

Inevitabilmente l’intesa provvisoria dovrà contenere una clausola sulla fine dell’invasione israeliana in Libano, richiesta che Teheran ha tenuto ferma e sulla quale non può recedere sia per prestigio sia perché il voltafaccia nei confronti di Hezbollah si ripercuoterebbe nei rapporti con tutti i suoi partner regionali.

Inevitabile che Tel Aviv si opponga a tale clausola, come peraltro già dichiarato da Netanyahu e soci; ed è davvero difficile immaginare come Trump possa imporsi sul tema, dal momento che non ha nessun potere reale sul teatro di guerra libanese (minacciare di revocare il sostegno a Tel Aviv è fuori discussione).

Serve un escamotage che salvi capre e cavoli. L’unica possibilità ad oggi appare una convergenza su una clausola più che vaga e di prospettiva e che Hezbollah se ne accontenti, lasciando che a decidere la sorte del Libano sia campo di battaglia.

L’altro nodo davvero difficile da sciogliere è quello riguardante lo Stretto di Hormuz. Trump e più o meno tutti i politici e i media d’Occidente si sono espressi sul ritorno allo status quo ante, mentre le autorità iraniane finora sono rimaste ferme sulla loro determinazione a gestire il transito attraverso lo Stretto.

Di oggi un annuncio più rassicurante da parte di Teheran, che potrebbe offrire una soluzione. Sull’agenzia Tansim la sintesi di quanto dichiarato dal portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei, il quale ha affermato che “l’Iran non riscuote pedaggi nello Stretto di Hormuz, sottolineando come sia necessario essere accurati nell’uso delle parole”.

“L’Iran”, prosegue la sintesi di Tansim “non intende imporre tariffe”, ma “è naturale che i servizi forniti nell’ambito di questo processo, così come gli sforzi volti a proteggere l’ambiente, comportino dei costi”. Insomma, la soluzione delineata è una tassazione simile a quella che regola gli Stretti della Turchia.

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