La conferma dei primi morti americani nell’ambito dell’operazione congiunta Usa-Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran rappresenta uno spartiacque per la presidenza di Donald Trump e per la politica estera statunitense. Sei soldati statunitensi sono stati uccisi e altri cinque gravemente feriti durante l’operazione Epic Fury, come riportato dal Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom). Diversi altri militari hanno riportato ferite minori da schegge e commozioni cerebrali. Si tratta delle prime vittime confermate tra le forze armate americane dall’annuncio di Trump, sabato, dell’inizio dell’operazione Epic Fury contro l’Iran, volta a promuovere un Regime change nel Paese.

Queste bare americane riaccendono un’ossessione profonda negli Stati Uniti: il ricordo delle guerre infinite della War on Terror. Le invasioni di Afghanistan (2001-2021) e Iraq (2003-2011, con operazioni successive) hanno causato migliaia di morti tra i soldati Usa. Secondo dati ufficiali del Dipartimento della Difesa e stime consolidate (come quelle del Costs of War Project della Brown University e rapporti del DoD), gli Stati Uniti hanno perso circa 2.400-2.500 militari in Afghanistan (inclusi circa 1.900 in azione ostile) e oltre 4.400 in Iraq (di cui circa 3.500 in azione ostile), per un totale di oltre 6.800-7.000 caduti nelle principali operazioni post-11 settembre. A queste si aggiungono decine di migliaia di feriti, molti con traumi permanenti, e un costo umano e finanziario immenso che ha segnato generazioni.

L’ossessione dei presidenti Usa per le bare

Da qui l’ossessione, da Barack Obama in poi, di non coinvolgere più direttamente gli Usa boots on the ground. Lo stesso Trump ha costruito gran parte della sua agenda politica – soprattutto durante la campagna 2016 e il primo mandato – proprio criticando ferocemente queste guerre «infinite» e «inutili». Ha promesso di «far tornare a casa i nostri soldati», di porre fine agli interventi all’estero costosi e privi di senso, e di evitare nuovi “pantani” mediorientali. No more endless Wars era uno dei suoi slogan più ripetuti. Una promessa infranta che sta dilaniando la sua base, come abbiamo già visto.

Ora, però, le cose sono cambiate. L’operazione Epic Fury ha portato a un confronto diretto con l’Iran, con centinaia di missili balistici e droni lanciati da Teheran contro basi americane in Bahrain, Iraq, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania, oltre a Israele. La maggior parte è stata intercettata, ma le rappresaglie iraniane continuano e il conflitto rischia di allargarsi. Trump, intervistato domenica da Nbc News, ha minimizzato: «Ci aspettiamo perdite in qualcosa del genere. Ne abbiamo tre, ma ne aspettiamo altre. Alla fine sarà un grande affare per il mondo». Ha descritto l’operazione come un «colpo necessario» contro l’infrastruttura nucleare e missilistica iraniana.

Dem e conservatori contro Trump

Ma le critiche non si sono fatte attendere. I democratici hanno puntato il dito contro il presidente. Il senatore Andy Kim dichiarato: «Cerca di far passare la cosa come ‘oh, siamo in guerra, è terribile che i militari muoiano’. Ma è lui a scegliere questo. Ha messo i nostri soldati in pericolo. Non dovevano morire».

Anche dal fronte conservatore arrivano voci dissenzienti. La rivista The American Conservative, storicamente vicina alle posizioni isolazioniste e anti-interventiste della destra trumpiana, ha attaccato duramente: «Le truppe statunitensi moriranno in un conflitto prolungato. Le basi statunitensi nel Golfo Persico e nel Medio Oriente in generale saranno colpite se il regime iraniano crederà di poter cadere. Israele sarà probabilmente bombardato, avendo esaurito gran parte dei missili intercettori Thaad che gli Stati Uniti gli avevano consegnato lo scorso giugno. Vale la pena di sacrificare la vita dei soldati americani affinché Israele possa espandersi in Medio Oriente senza alcun controllo? Vale la pena che i soldati americani muoiano per la libertà degli stranieri?».

Le bare dei primi tre soldati morti non sono solo numeri. Che siano tre o venti, poco importa: evocano le proteste contro le guerre di Bush, le promesse non mantenute di Obama e le recriminazioni di Trump stesso contro i “neocon” e gli interventi fallimentari. Per un presidente che ha fatto della critica alle «guerre eterne» un pilastro della sua identità politica, queste morti rappresentano un test durissimo, forse decisivo. Perché con quei tre soldati americani è morto un po’ anche il trumpismo e, come un viaggio nel tempo, il partito repubblicano rivive il dramma dell’era Bush/Cheney che buona parte del suo elettorato voleva lasciarsi alle spalle.

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