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Guerra

Iran: nessuna vittoria per gli Usa senza le truppe sul terreno

Trump ha parlato, tra i possibili obiettivi, di regime change e in questo caso la componente terrestre è imprescindibile.
usa

Siamo ormai entrati nella seconda settimana di conflitto contro l’Iran e, benché la nebbia della guerra continui a dominare lo scenario, qualche riflessione e analisi più attenta si può certamente fare.

Per prima cosa, le capacità di colpire in profondità gli obiettivi in Iran da parte degli Stati Uniti e Israele si sono dimostrate molto efficaci tanto da permettere di decapitare la leadership nemica al primo colpo, malgrado Teheran si aspettasse da tempo un’azione simile e avesse cercato, tramite il supporto primariamente cinese, di rinforzare le sue difese aeree già indebolite dalla Guerra dei 12 giorni di giugno scorso. Fin dall’inizio gli attaccanti hanno quindi potuto godere di una sorta di air superiority se non addirittura air supremacy che gli ha permesso di agire nei cieli iraniani senza una reale opposizione nemica.

Ciò però non deve far dimenticare le capacità di risposta di Teheran che ,nello stesso lasso di tempo, ha colpito con precisione non solo varie basi americane nella regione, ma anche e soprattutto il radar strategico AN/FPS-132 Block 5 in Qatar e il sistema mobile AN/TPY-2 (THAAD) in Giordania. Il primo è una struttura di notevoli dimensioni e con apparecchiature in grado di individuare minacce balistiche fino a 5.000 km di distanza. Il secondo è una sistema di difesa aerea molto avanzato e molto costoso. Senza questi due elementi il tempo di allerta dal lancio di un missile dal territorio iraniano è molto più ridotto.

La guerra senza contatto che, dopo l’anticipazione di giugno, si ripropone ora, pone però alcune questioni cruciali, come per esempio il ruolo della componente di terra di questa operazione, perché senza di essa semplicemente non si può pensare di poter influire sugli eventi politici.

L’idea di vincere il conflitto con il solo impiego dell’arma aerea è una longeva credenza dei teorici del potere aereo che trova le sue origini già in Giulio Dohuet. È stata più volte rivista e riproposta (dai bombardamenti strategici della Seconda guerra mondiale a quelli sul Vietnam del Nord, fino ad arrivare ai bombardamenti sul Kosovo nel 1999 e a operazioni più recenti come quella in Libia nel 2011), ma si è sempre scontrata con la realtà della guerra, ovvero: se la componente aerea è oggi imprescindibile, essa è del tutto insufficiente a vincere se non è accompagnata dalla componente terrestre della forza militare. È il potere terrestre che permette di imporre al nemico la decisione e di assicurarsi il controllo del territorio al termine del conflitto per affermare la propria visione politica e impedire che attori locali non in linea con quest’ultima possano prendere il sopravvento.

Questo aspetto spiega anche la differenza profonda che sussiste tra il dominio terrestre e quello aereo: il secondo mira, attraverso i bombardamenti di infrastrutture, centri di comando o governativi, della popolazione, a convincere il nemico che la guerra è persa e quindi deve arrendersi; il primo mira a prendere con la forza ciò che si pone come obiettivo finale del conflitto. Ne consegue che il potere aereo necessita di una collaborazione da parte dell’altra parte, ovvero chi viene colpito accetta la decisione dell’attaccante, ma è una sua libera scelta poiché può decidere di continuare a subire i bombardamenti e proseguire lo scontro. Il potere terrestre, invece, impone la decisione sia che dall’altra parte ci sia cooperazione o meno. Con questo non si vuole sostenere che se si inviano truppe di terra si ottiene sempre ciò che si desidera, non è così. Ma di sicuro senza quella componente non esistono esperienze storiche che possano avvalorare l’idea che il solo potere aereo possa vincere.

L’assenza dell’elemento terrestre nell’attuale conflitto in Iran è particolarmente preoccupante da questo punto di vista perché, anche nel caso di un crollo del regime, a terra gli Stati Uniti non avrebbero nessuno per sfruttare l’occasione. Le opzioni potrebbero essere diverse. L’invio di truppe aviotrasportate come si è ventilato in questi giorni, ma numericamente si tratterebbe di un contingente ridotto di unità aviotrasportate che inoltre, per loro natura, possono operare sul territorio nemico solo per un numero limitato di giorni, 3-4 al massimo, e poi necessitano di essere supportate da truppe più pesanti che non ci sono in zona.

L’impiego di contingenti di forze speciali è sicuramente un’opzione valida che richiama il cosiddetto afghan model, permetterebbe di supportare da vicino le varie milizie, per esempio di curdi, ma non potrebbe in alcun modo rappresentare una forza militare per prendere il potere. Entrambi gli scenari, però, consentirebbero al potere aereo di colpire con maggiore forze le truppe iraniane perché con una componente terrestre l’esercito iraniano sarebbe costretto a operare sul campo per contrastare quelle milizie, il che renderebbe le forze di Teheran visibili e un bersaglio pagante e facile da colpire per l’aviazione che ha ormai il controllo dei cieli iraniani.

L’inserimento della componente terrestre però porta con sé anche rischi elevati di perdite e dipende anche molto dagli obiettivi che si vogliono raggiungere e per ora sia da Tel Aviv sia da Washington non pare che emerga molta chiarezza. Infatti, da quanto finora emerso potremmo supporre che per Tel Aviv l’obiettivo sia una frammentazione territoriale dell’Iran e la distruzione di tutto il suo arsenale militare, che potrebbe avvenire anche senza una componente terrestre. Il presidente Trump ha invece parlato, tra gli altri possibili obiettivi, di regime change e in questo caso la componente terrestre è imprescindibile.

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