Notte meno tempestosa delle precedenti in Medio oriente: meno massivi gli attacchi reciproci. Un momento di sospensione che ha fatto seguito all’ultimatum di Trump all’Iran di riaprire lo Stretto di Hormuz entro 48 ore, pena la distruzione delle sue centrali elettriche. Ultimatum al quale Teheran ha risposto minacciando rappresaglie contro le centrali elettriche israeliane e quelle della regione che vedono interessi americani.
Al solito, Trump si è messo nei guai da solo: deve dar seguito al suo sciocco ultimatum, il cui rigetto era ovvio, ma non può permettersi la rappresaglia annunciata, devastante per Tel Aviv e gli States. Da vedere se riuscirà a fuggire dall’ennesima trappola auto-inflitta (mentre scrivevamo è arrivato il contrordine di Trump: tutto rinviato).

La portata della minaccia iraniana va letta tenendo presente quanto accaduto sabato notte, quando alcuni missili hanno devastato i centri urbani di Dimona e Arad causando diverse vittime.
Dimona ospita la centrale nucleare più importante di Israele ed era già stata interessata, la notte precedente, da un allarme simile, ma senza esito. Solo un avvertimento a Tel Aviv perché evitasse di colpire le centrali nucleari iraniane.
Avvertimento ignorato, da cui l’attacco del giorno successivo alla centrale iraniana di Natanz e la rappresaglia conseguente degli antagonisti, che comunque ha evitato la centrale nucleare limitandosi a colpire l’area circostante. Di fatto, un altro monito, simile al pregresso, ma più incisivo.
Su quanto avvenuto ad Arad e Dimona, di interesse quanto accenna Amos Harel su Haaretz, il quale, dopo le dovute lodi del sistema di intercettazione israeliano, rivela che “non è un segreto che il sistema sia al limite delle sue capacità”.
Un limite annotato anche da un articolo del New York Times che inizia così: “Pochi siti in Israele godono di una difesa più efficace di quella che protegge il suo principale impianto di ricerca nucleare e il relativo reattore”. Così quando i missili iraniani sono arrivati, “eludendo le difese […] persino gli israeliani più esperti sono apparsi scossi dalla distruzione”.

In note pregresse avevamo accennato a come gli attacchi iraniani mirassero a erodere l’apparato difensivo dei suoi antagonisti, sia distruggendone i sistemi di rivelazione che esaurendone le scorte. Questo è il risultato di tale strategia.
Per tutta risposta, Netanyahu, o chi per lui, che Tel Aviv ha mostrato in visita alle macerie, ha rilanciato la crociata anti-Teheran, alla quale ha chiesto il contributo del sangue europeo. Per farlo ha citato i missili lanciati contro la base anglo-americana Diego Garcia, situata nel Pacifico, cioè a distanza dal teatro di guerra al modo delle capitali europee che Teheran, ha minacciato il premier israeliano, potrebbe colpire.
Il fatto di tirare in ballo la sortita sulla Diego Garcia conferisce un notevole significato alla smentita di Teheran, che ha fatto sapere ufficialmente di non avere nulla a che fare con esso. L’attacco alla Diego Garcia sembrava una dimostrazione di forza notevole degli iraniani, ma il fatto che questi non l’abbiano rivendicato, come avrebbe imposto la propaganda, e che anzi abbiano smentito interpella su una possibile false flag per convincere i riluttanti europei a intrupparsi contro l’Iran.
È dall’inizio del conflitto che le autorità israeliane urgono l’intervento di altre forze oltre a quelle americane: dalle milizie curde, ai Paesi del Golfo fino all’Europa. Tale sviluppo conferirebbe alla loro guerra uno slancio ad oggi assente. A quanto pare hanno deciso di moltiplicare le pressioni.
Infatti, lo scenario apocalittico descritto da Netanyahu corre in parallelo alla minaccia lanciata più o meno nelle stesse ore dal Capo di Stato Magggiore dell’IDF Eyal Zamir, secondo il quale sarebbero a rischio anche “Berlino, Parigi e Roma” (parole a dir poco inquietanti).

Quanto a Netanyahu, colpisce che, a differenza di quanto amava fare in passato, sempre pronto a mostrarsi con l’elmetto e circondato da soldati, ora sembra si sia ritagliato, o sia stato relegato, a un ruolo più defilato, che lascia il ministro della Difesa Israel Katz (nella foto di apertura) al centro della scena: è lui, infatti, a parlare al mondo delle evoluzioni del conflitto (altra discrasia: Netanyahu ha sempre evitato che altri gli rubassero la scena).
Un po’ quel che accade, in parallelo, in America, dove negli ultimi giorni a parlare della guerra, a parte Trump, è più il ministro del Tesoro Scott Bessent che le figure preposte, cioè il Segretario per la guerra Pete Hegseth e il Segretario di Stato Marco Rubio.
A questi ultimi è capitata anche la disavventura di ritrovarsi con dei droni non meglio identificati a violare lo spazio aereo della base in cui vivono (droni non certo iraniani). Insomma, sembra che a menare la danza (macabra), in Israele come negli Usa, siano figure nuove: la Finanza e i petrolieri (a cui il ministro del Tesoro si rapporta) in America e l’esercito in Israele. Se sia un bene o un male si vedrà.
A proposito di Bessent, in un’intervista ha parlato delle necessità di un’escalation per arrivare a una de-escalation. Da sottolineare la seconda parte della dichiarazione. Cenno cui si aggiunge la rivelazione di Axios, secondo il quale nell’amministrazione Usa è iniziato un confronto su una possibile exit strategy. Cenni da prendere con l’interesse e la relatività del caso.
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