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Guerra

Iran. L’ultimatum di Trump e l’ossessione di Netanyahu

Qualcosa nel fine settimana si era mosso, tanto che Trump aveva affermato che c'erano "buone possibilità" di trovare un'intesa. Ciò nonostante il fatto che Israele si fosse prodigato per far fallire il negoziato uccidendo il principale mediatore iraniano, l'ex ministro degli Esteri Kamal Kharazi.
Iran. L'ultimatum di Trump e l'ossessione di Netanyahu

Stasera scade l’ultimatum all’Iran: o accetta di riaprire Hormuz o l’esercito americano bombarderà tutte le sua stazioni elettriche e i ponti. Inutile sottolineare quanto sia criminale la minaccia (dettagliata successivamente in “un’intera civiltà morirà stanotte“), che fa il paio con quella israeliana di prendere di mira le ferrovie. Gaza ha fatto scuola anche oltreoceano.

Ahead of deadline, Trump warns ‘a whole civilization will die tonight’ if Iran doesn’t open Hormuz

Sperare che si arrivi a un’intesa entro la scadenza è arduo, ma doveroso. Mentre si può forse riporre un barlume di speranza sul fatto che Trump proroghi la scadenza accordando più tempo alla diplomazia, anche se, solito, è stato netto sulla definitività della tempistica.

Nell’attesa si può però accennare al fatto che qualcosa nel fine settimana si era mosso, tanto che Trump aveva affermato che c’erano “buone possibilità” di trovare un’intesa. Ciò nonostante il fatto che Israele si fosse prodigato per far fallire il negoziato uccidendo il principale mediatore iraniano, l’ex ministro degli Esteri Kamal Kharazi.

A far intravedere che la trattativa non era stata affondata in via definitiva anche il sorprendente post pubblicato su X dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi (il quale evidentemente aveva dato mandato a Kharazi di trattare): “La posizione dell’Iran viene travisata dai media statunitensi. Siamo profondamente grati al Pakistan per i suoi sforzi [diplomatici] e non ci siamo mai rifiutati di andare a Islamabad. Ciò che ci interessa sono le condizioni per una fine definitiva e duratura alla guerra illegale che ci viene imposta”.

Ma chiudere un accordo resta comunque complicato. Tutto dipende dagli Stati Uniti, dal momento che le condizioni poste dall’Iran sono alquanto lineari, in particolare la richiesta di un’intesa definitiva che gli eviti una successiva aggressione, che poi è il punto su cui tutto sta o cade (sulle altre richieste si può trattare).

Quindi, tutto dipende dalla bozza di intesa inviata da Washington, se cioè contiene o meno tale prospettiva. La bozza è stata ricevuta e Teheran ha risposto inviando una controproposta in 10 punti, ma ad oggi non ci sono indiscrezioni né in un senso né nell’altro, con la minaccia dell’escalation che pende come una spada di Damocle.

A complicare la chiusura di un accordo le pressioni del partito della guerra. Netanyahu ha telefonato a Trump domenica per sollecitarlo a non accettare un cessate il fuoco, mentre il giorno precedente la notizia della morte di Trump era diventata virale sui social.

Non una banale Fake, ma un avvertimento, come si usa in situazioni del genere. La notizia, infatti, fa il paio con l’allarme lanciato da Tucker Carlson: “Tutti a Washington hanno paura di essere colpiti fisicamente da Israele”.

Nel frattempo, il salvataggio dei due aviatori americani sopravvissuti all’abbattimento del loro F-15 (nelle prime ore si parlava di un F-35, come avevamo erroneamente riportato anche noi). La vicenda ha fatto il giro del mondo, ma non ci appassiona più di tanto.

Sul punto rimandiamo a ricostruzioni altrui che tentano di rischiarare punti oscuri, anzitutto se il salvataggio celasse anche un’operazione segreta per sottrarre all’Iran l’uranio arricchito nascosto sottoterra poco distante e se è stata coronata da successo, come da vanterie di Trump, o meno (le foto di elicotteri e velivoli colpiti dagli iraniani durante l’operazione di salvataggio interpellano).

Nell’attesa di quanto si deciderà a Washington, il drammatico allarme lanciato da Majed al-Ansari, portavoce del ministero degli Esteri del Qatar: “Dal 2023 avvertiamo che un’escalation incontrollata ci porterà a una situazione incontrollabile e siamo molto vicini a quel punto. Per questo motivo esortiamo tutte le parti a trovare una soluzione per porre fine a questa guerra prima che sia troppo tardi”.

War returns to Iran with Israel, US strikes

Concludiamo con quanto scrive su Haaretz da Rogel Alpher, il quale tratteggia un indovinato parallelo tra l’ossessione di Benjamin Netanyahu per la distruzione dell’Iran e quella di Achab per uccidere Moby Dick. La pulsione monomaniacale di Achab per la balena bianca, infatti, fa il paio di quella di Bibi per Teheran.

Anche Bibi, come Achab zoppica; un’invalidità generata dai continui fallimenti dei suoi nefasti propositi verso Teheran: “è riuscito a convincere Donald Trump a ritirarsi dall’accordo sul nucleare”, nonostante Teheran lo “rispettasse nella lettera e nello spirito”, nell’idea che le sanzioni avrebbero fatto crollare il nemico o avrebbero generato un regime-change. Così non è stato.

Poi, nonostante le sue insistenze sull’impotenza iraniana rispetto alla macchina da guerra israelo-americana, Teheran continua a far piovere missili all’intono. Netanyahu zoppica “perché l’Iran gli ha già fatto pagare un prezzo quando era ancora immerso nella sua arroganza, nella sua presunzione e nella sua ispirazione per la missione divina. Netanyahu avrebbe dovuto imparare la lezione. Invece, la sua ossessione, degna di quella di Achab, non ha fatto altro che aumentare”.

Ma “L’Iran e Hezbollah lo tengono in pugno. La gomena che ha lanciato, conficcando i suoi arpioni nella loro carne durante l’inseguimento (iniziato con un’ondata di adrenalina, eccitazione e vigoria) ora gli si è attorcigliata intorno ai testicoli e Moby Dick […] sta correndo a tutta velocità verso gli abissi”, trascinandolo con sé, e con lui tutto l’equipaggio della nave, che poi è Israele. Immagine invero plastica, che necessita di una specifica: negli abissi Netanyahu sta trascinando il mondo intero.

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