La situazione di stallo su Hormuz prosegue e, a quanto pare, Trump si è rassegnato all’attesa. Negli ultimi giorni nessuna minaccia né ultimatum. Ha anche abbassato il tiro sui negoziati in corso, puntualmente smentiti dagli iraniani, derubricandoli a dei “semi-negoziati”, descrivendo più correttamente il dialogo sottotraccia in corso attraverso i mediatori, in contatto con i duellanti.
L’unica concessione al bullismo, la lode delle pressioni esercitate su Teheran attraverso il blocco marittimo che, a dire di Trump, sta facendo strame dell’economia iraniana e costringerà Teheran ad addivenire a più miti consigli. Esternazione necessaria a far passare un’eventuale intesa futura come vittoria.
Un attendismo che Trump ha paragonato a una partita a scacchi – a conferma di un mutato atteggiamento – attirandosi la pronta risposta degli iraniani che hanno affermato di essere professionisti di tale gioco (peraltro, nella forma moderna, lo hanno inventato loro).
Ad oggi, però, tale intesa non sembra possa concretizzarsi a breve, anzi le condizioni per un accordo elencate ieri dal segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale Mohammad Baqer Zolqadr per riaprire lo Stretto di Hormuz, benché siano solo un elenco più dettagliato di richieste già in essere, riecheggiano ancora più dure delle precedenti.
La dichiarazione deve aver raggelato l’amministrazione Trump che sperava di chiudere in questi giorni il dossier. Tanto che, secondo un’indiscrezione riferita dal Wall Street Journal, il presidente era pronto a dichiarare vittoria e a chiudere la querelle se l’Iran avesse riaperto lo Stretto.

Non è andata così, gli iraniani non si fidano a motivo dei repentini voltafaccia registrati finora e vanno per la loro strada, puntando sul fatto che l’America e i suoi alleati non possono sostenere a lungo questo stress test (non solo l’aumento dei costi dell’energia; a costare, e tanto, è anche il continuo dispiegamento militare Usa al largo delle coste iraniane, costo incrementato dalla distruzione delle risorse logistiche subita nel corso della guerra).
Così prosegue il braccio di ferro e lo stallo che sta affaticando non poco il mondo, che sta pagando a caro prezzo (letteralmente) la stolidità dell’amministrazione Trump e, soprattutto, il feroce espansionismo israeliano.
Di interesse notare che sembra svaporare anche l’altro grande disegno di Israele, quello di fare dell’Iran una nazione paria, in mano a una banda di fanatici oltranzisti con cui è impossibile trattare.
Da sempre Israele manovra in tal senso nei confronti dei suoi antagonisti, come si è visto anche nel favore accordato ad Hamas contro Fatah e nell’eliminazione dei capi di Hamas più moderati (tra cui Ismail Haniyeh, capo politico della milizia).
Nel caso iraniano ha preso di mira, uccidendole fin nelle prime fasi della guerra, diverse figure moderate, tra cui Ali Laijani, Segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale e figura cardine dei moderati (il punto apicale di tale strategia doveva essere l’intronizzazione a Teheran di Mahmud Ahmadinejad, come ribadito da un recente articolo di Yedioth Ahronoth, un nemico perfetto a motivo del suo fondamentalismo).
Tale strategia aveva messo in serie difficoltà l’ala moderata, rappresentata anzitutto dal presidente Masoud Pezeshkian e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, la quale, soprattutto negli ultimi tempi, sembrava dover soccombere all’assertività degli intransigenti.
Se l’ala oltranzista prendesse il potere ci troveremmo di fronte a minacce diuturne contro Israele, a una nuova corsa verso l’atomica – che ha caratterizzato gli anni in cui Ahmadinejad era al potere – e ad altre e più acute provocazioni che renderebbero quasi impossibile a Trump frenare la spinta per incenerire l’Iran.
Da qui l’importanza della dialettica interna che agita l’Iran e delle ripetute voci sulle dimissioni di Pezeshkian, punto di riferimento dei moderati. Voci probabilmente favorite da ingerenze esterne, impossibili da eliminare, e che sono state oggetto di un decisivo articolo di Irna, l’agenzia stampa ufficiale di Teheran.

L’articolo ricorda che, da quando Pezeshkian è in carica, per ben sei volte si sono diffuse notizie sulle sue dimissioni, moltiplicandosi negli ultimi e più cruciali mesi. Così l’Agenzia: “La voce delle dimissioni del medico [tale la professione di Pezeshkian ndr.] è apparsa per la prima volta l’anno scorso su media in lingua persiana siti all’estero. Gli stessi media che in un momento così delicato avevano alimentato le tensioni belliche” (inutile ricordare che molte voci iraniane che circolano nel web godono del sostegno, anche finanziario, del Dipartimento di Stato Usa…).
La più recente, continuava il cronista di Irna, era molto più pericolosa delle pregresse perché si parlava di una lettera di dimissioni consegnata all’ayatollah Mojtaba Khamenei, che quindi avrebbe avvallato la decisione del presidente.
Pezeshkian ha smentito categoricamente tale voce, una smentita preceduta da quella più autorevole proveniente dall’ufficio dell’ayatollah. Ma, pochi giorni dopo, ha reso una dichiarazione molto inusuale quanto drammatica, affermando che era molto difficile interagire con Khamenei.
Se si tiene conto che la propaganda occidentale da tempo descrive un ayatollah devastato dal tentativo israeliano di eliminarlo prima che fosse eletto e reso inabile, si può immaginare la portata devastante della pubblica dichiarazione del presidente, che in qualche modo avallava tale narrazione tesa a indebolire l’immagine dell’Iran, dal momento che non avrebbe un’autorità capace di guidarla e di prendere decisioni (da cui l’inutilità di un negoziato).
È evidente che Pazeshkian volesse forzare la mano e far venire allo scoperto l’ayatollah che, al netto di una vera o presunta inabilità, è evidentemente sotto la rigida tutela dell’ala intransigente. Così ieri l’incontro tra Pezeshkian e Khamenei ha suggellato la vittoria dell’ala moderata, almeno al momento.
Quanto alla salute dell’ayatollah, che tale incontro avrebbe dovuto ratificare, due giorni fa la diffusione di un video che lo ritrae in una conversazione, probabilmente a sfondo religioso, con alcuni interlocutori. Non è datato, da cui le voci sul fatto non prova nulla. Ma per ora basta alla leadership iraniana per affermare la solidità della nazione, tanto necessaria nell’attuale temperie.

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