Iran: l’ennesima guerra persa dagli States

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Gli Stati Uniti hanno l’esercito più potente del mondo, dicono e ripetono orgogliosi politici, analisti e militari americani. Eppure, hanno perso tutte le guerre o quasi, come ricorda William Lind su The American Conservative, in un articolo pubblicato prima che la sconfitta subita dall’Iran fosse conclamata e che val la pena riportare perché alquanto istruttivo per il presente e il futuro.

Nella sua nota, Lind ricorda come nella Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti abbiano vinto la guerra del Pacifico ma “l’Armata Rossa ha vinto la guerra in Europa, schierando 500 divisioni contro le 350 tedesche e le nostre 90 in entrambi i teatri di guerra”. Una realtà che in Europa si tende a negare per motivi ideologici e che invece andrebbe doverosamente ricordata, se non per onestà intellettuale quantomeno per la storia, che resta magistra vitae.

Al di là della digressione, dopo quella vittoria, continua Lind, “abbiamo pareggiato in Corea, perso in Vietnam, ottenuto gloriose vittorie [corsivo nostro ndr] contro Panama, Grenada e Iraq (la prima volta), perso in Afghanistan, Somalia e Iraq (la seconda volta)”. E ora la sconfitta con l’Iran, che quindi non arriva inattesa se non ai tanti corifei dell’Impero e a quanti sono consegnati alle guerre infinite sulle quali lucrano tanti e potenti (peraltro, Lind dimentica tante guerre americane… l’Impero più bellicoso della storia, come da irrevocabile giudizio del presidente Jimmy Carter).

“Perché continuiamo a perdere le guerre?”, continua Lind. Non certo “perché i nostri nemici spendono più di noi. Se mettessimo a confronto il bilancio dei talebani con il nostro, il loro non sarebbe nemmeno visibile”. E dettaglia con certa ironia quali, secondo lui, sono i motivi di tale potente impotenza.

Anzitutto manca una strategia alta, dal momento che l’esercito Usa è consegnato alle vittorie tattiche. “Il più grande teorico militare americano”, scrive Lind, il colonnello John Boyd, disse: “Quando ero un giovane ufficiale, mi dicevano che se hai la superiorità terrestre, aerea e navale, vinci. Beh, in Vietnam le avevamo tutte e tre, ma abbiamo perso. Quindi ovviamente serve qualcosa di più”. E il di più è la strategia, qualcosa “che richiede molto più che accumulare obiettivi distrutti” (ricorda qualcosa della guerra iraniana?).

In secondo luogo la sovrastima della potenza aerea, limite che si è visto anche nell’aggressione a Teheran. Sintetico il giudizio del generale Merrill McPeak: “Storicamente, la potenza aerea ha promesso troppo e mantenuto troppo poco”. Altrettanto fulminante lo sfogo del presidente Lyndon Johnson con i suoi generali al tempo del Vietnam: “Bombardate, bombardate, bombardate, è tutto ciò che sapete fare”. Citazione che Lind commenta così: “Non ha funzionato allora e non funziona adesso”.

“Una terza ragione per cui perdiamo le guerre”, prosegue LInd, “è che riponiamo troppa fiducia nella superiorità tecnologica. Il miglior saggio storico sull’argomento, Technology and War di Martin van Creveld, sostiene che i vantaggi tecnologici raramente hanno portato alla vittoria. In combattimento, armi semplici e abbastanza economiche da poter essere acquistate in grandi quantità sono più efficaci di capolavori tecnologici come l’F-35″.

“E le meraviglie tecnologiche possono spesso essere contrastate con altrettanta semplicità. Quando in Vietnam realizzammo la ‘Linea McNamara’, una rete di sensori ad alta tecnologia che avrebbe dovuto localizzare gli infiltrati nordvietnamiti, l’esercito nordvietnamita appese secchi di urina sugli alberi per ingannare i sensori”.

“[…] In quarto luogo, l’esercito americano è carente nella pianificazione. Questo potrebbe sorprendere, dato che tutte le nostre scuole di Stato maggiore e le accademie militari insegnano solo il processo di pianificazione. Ma è proprio questo il problema: il processo di pianificazione viene insegnato a memoria, concentrandosi esclusivamente sul seguire la procedura, non sul risultato. Se, come spesso accade, il piano è idiota (non pensavamo che l’Iran avrebbe chiuso lo Stretto di Hormuz?), i pianificatori non se ne rendono conto perché sanno solo di aver seguito la procedura di pianificazione dello Stato maggiore”.

Sesto punto, meno interessante, dell’analisi di Lind riguarda la riforma dell’esercito, tema che non appassiona che non riferiamo. Più interessante la conclusione, quando riporta che l’ostentazione della potenza statunitense ricorda l’aneddoto riguardante una riunione di un consiglio di amministrazione di una compagnia assicurativa, nella quale “non si sentivano altro che resoconti entusiastici sull’andamento dell’azienda, nonostante il calo dei margini di profitto”.

Solo uno dei convenuti sembrava immune a tanto entusiasmo e, presa la parola, disse: “Signori, le frottole sono la nostra risorsa più preziosa. È ciò che vendiamo ai nostri clienti. È ciò che diciamo ai nostri azionisti. È ciò che usiamo per ingannare i nostri controllori. Non sprechiamo una merce così preziosa gli uni per gli altri”.

Quante frottole per legittimare le guerre americane, sul loro andamento, sull’esito finale… Per fortuna del mondo continuano a raccontarsele anche al loro interno, con esiti per loro inattesi.