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Guerra

Iran. La visita di Araghchi in Russia

La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele è solo un accidente terminale di un conflitto ben più annoso, ampio e complesso, che ha accelerato ed è impazzito nel post 11 settembre.
Iran. La visita di Araghchi in Russia

La visita del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi in Russia aveva due obiettivi: incrementare il partenariato strategico tra i due Paesi, con tutto ciò che questo comporta (anche a livello militare), e far entrare ufficialmente Mosca nel processo negoziale sulla crisi mediorientale. Non che la Russia finora fosse rimasta estranea a quanto accadeva in Medio oriente, ma il passo formale rende la sua iniziativa più forte.

Non per nulla, in concomitanza del viaggio di Araghchi è giunta l’indiscrezione su una nuova proposta iraniana per rompere l’attuale stallo, stilata dopo il rifiuto della precedente. Un rifiuto che evidentemente non era del tutto netto, altrimenti non avrebbe senso redigere una nuova profferta. La conferma un comunicato odierno della Casa Bianca, che annuncia come i negoziati tra i due Paesi stiano proseguendo.

Day 60 of Middle East conflict - UAE to quit OPEC and OPEC+ this week

Processo più che complesso, che va ben oltre le querelle riferite dai media, cioè la vexata quaestio del programma nucleare iraniano e lo Stretto di Hormuz. Si tratta, infatti, di ricomporre un puzzle impazzito, cercare un sistematizzazione che dia una qualche stabilità, seppur precaria, a una regione ormai preda a una destabilizzazione permanente di cui l’attuale accesa conflittualità rappresenta solo l’esito e la punta apicale (almeno al momento).

La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele, infatti, è solo un accidente terminale di un conflitto regionale ben più annoso, ampio e complesso, che ha accelerato ed è impazzito nel post 11 settembre a causa della variabili che vi hanno introdotto gli ambiti liberal- neocon Usa, le élite politiche israeliane e i circoli élitari europei.

Non è facile perché si tratta di arrestare, o quantomeno frenare, l’espansionismo israeliano che si snoda – al di là delle divergenze, che pure esistono – in parallelo con le strategie poste in essere dall’Impero per rilanciare la propria influenza nella regione, erosa dall’attivismo di Pechino e dal ritorno della Russia in Medio oriente (da cui era stata cacciata con l’invasione irachena del 1990), e per porre criticità alla Cina.

Da qui le difficoltà delle trattative in corso. Peraltro, va considerato che è difficile arrestare la macchina delle guerre infinite, messa in moto dopo l’attentato alle Torri gemelle, che sta stravolgendo il Medio oriente. Ciò perché col passare degli anni tale macchina ha man mano incrementato il suo Potere (politico, culturale, economico-finanziario, militare) così che, oltre alla Forza che è capace di generare, ha acquisito una spinta inerziale difficile da contrastare.

In fondo anche lo stallo del conflitto iraniano è dovuto a questa forza di inerzia che, nonostante l’evidente sconfitta, rende impossibile a Trump sia imporsi sul binomio neocon-Netanyahu, come evidenzia plasticamente il conflitto libanese (con Israele che continua le sue operazioni nonostante il divieto pubblico dell’Imperatore), sia di ritirarsi.

Uno stallo che l’idea di Trump di perseverare nel blocco dello Stretto di Hormuz prolunga, con una procrastinazione che il passar dei giorni renderà sempre più a rischio, sia perché diventerà sempre più insostenibile per l’economia del pianeta sia perché dà agio al partito della guerra globale di incrementare le pressioni per un ritorno di fiamma.

Report: Trump Administration Preparing for Extended Naval Blockade of Iran

Non è solo Netanyahu a forzare in tal senso, ma anche i neocon americani. Ne riferisce un articolo di Axios in cui si legge che il presidente “si sta consultando anche con falchi esterni all’amministrazione, tra cui il editorialista del Washington Post Marc Thiessen, il generale in pensione dell’esercito Jack Keane e il senatore Lindsey Graham. Tutti questi consigliano a Trump di intraprendere qualche tipo di azione militare per cercare di sbloccare l’attuale situazione di stallo”.

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Secondo alcuni analisti Trump potrebbe decidersi per un’escalation temporalmente limitata, tale da infliggere danni più che ingenti all’Iran per poi ritirarsi. Per l’Imperatore potrebbe rappresentare una soluzione ai suoi problemi, dal momento che svicolerebbe dalla stretta del partito della guerra globale e potrebbe rivendicare un’immaginaria vittoria.

Scenario catastrofico sotto tutti i punti di vista, sia ovviamente per le ulteriori sofferenze cui sarebbe destinata la popolazione iraniana (e non solo), sia perché sarebbe impossibile fissare una scadenza temporale alla guerra, sia perché Teheran minaccia ritorsioni altrettanto catastrofiche, che non si limiterebbero a Israele e agli obiettivi americani nella regione (come ad esempio la possibilità, adombrata, di tagliare i cavi internet che corrono lungo i fondali dello Stretto).

La mossa iraniana di coinvolgere apertamente Mosca nei negoziati in corso e nel più ampio contesto della conflittualità mediorientale inserisce una variabile nuova in questo quadro fosco. Non sappiamo come possa incidere, ma di certo rappresenta un qualche contraltare rispetto alla follia bellicista che vi infuria in modalità epiche.

Tra l’altro c’è un particolare non trascurabile in questa discesa in campo della Russia, il fatto che nonostante tutto i rapporti tra Trump e Putin non sono collassati, anzi è molto probabile che “stiano proseguendo” sottotraccia, come annota Strana.

Il media ucraino lo riferisce riguardo al ristretto ambito della guerra ucraina, che Trump insiste nel voler chiudere (come ha ribadito anche al sovrano britannico in visita a Washington), ma è davvero improbabile che il rapporto tra le due potenze sia tanto limitato.

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