Iran, il regime colpito si radicalizza e rilancia sulla lunga guerra d’attrito

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L’Iran è stato duramente colpito nella giornata di martedì 17 marzo dal potente raid israeliano su Teheran che ha provocato la morte del Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale Ali Larijani, uomo forte del regime e stratega della risposta della Repubblica Islamica a Washington e Tel Aviv.

Un colpo che, per la conduzione attuale della guerra, è forse addirittura più duro di quello subito all’inizio della guerra con la catena di eliminazione di alti membri del regime, a partire dalla Guida Suprema Khamenei.

L’Iran dopo la morte di Larijani

Larijani era la cuspide più alta del potere iraniano attuale e un punto di convergenza tra militari, vertici politici, apparati repressivi e diplomazia. Un pragmatico, talvolta inflessibile e spietato, che incarnava pienamente l’obiettivo di ultima istanza della Repubblica Islamica: sopravvivere. Un obiettivo che l’attuale guerra testa alle sue estreme resistenze.

L’uccisione di Larijani, in tal senso, può avere l’effetto politico di incentivare quell’anima più dura del regime che nella guerra attuale vede, non senza elementi di ragionevolezza, un conflitto teso alla sua debellatio (quantomeno da parte israeliana) e, dunque, ha tutto l’interesse ad alzare l’asticella del confronto con i nemici, a partire dall’interdizione continua dello Stretto di Hormuz.

Al pari di Israele e contrariamente agli Usa di Donald Trump, l’Iran ha fin dall’inizio messo in chiaro che quella che si trova ad affrontare è una guerra destinata a essere lunga e, anzi, l’interesse strategico della Repubblica Islamica è stata fin dall’inizio quella di alzare i costi globali del conflitto, puntando sistematicamente a regionalizzarlo, a distribuire sul mondo arabo e sul Golfo parte del fardello, a portare la sfida alla guerra d’attrito.

L’1 marzo, il giorno dopo l’inizio del conflitto, scrivevamo che la guerra non sarebbe stata breve come auspicato da Trump e che il dilemma sarebbe stato “tutto sui costi del conflitto: da un lato, quanti ne può sostenere l’Iran dopo anni di duri colpi subiti alla sua struttura apicale, al suo apparato militare, alla sua economia; dall’altro, quanti ne sono disposti a tollerare gli Stati Uniti, Israele e i Paesi della regione di fronte al rischio di una paralisi strutturale dell’economia e dei traffici”.

L’Iran cerca l’attrito

Insomma, l’Iran cerca e incentiva l’attrito: l’eliminazione dei suoi vertici, falciati dalla caccia all’uomo israelo-americana e dall’impiego di tecnologie dominanti e pervasive di identificazione degli obiettivi, è ritenuto, per ora, un costo accettabile e che la Repubblica Islamica sembra essere disposta, come istituzione, a pagare.

A tal proposito, l’effetto contrario che Washington e Tel Aviv rischiano di sdoganare in caso di continui attacchi all’Iran, di rilancio degli attacchi di decapitazione e di innalzamento dell’asticella della guerra è di un arroccamento sempre più radicale del regime. Lo si è visto con la scelta di nominare Mojtaba Khamenei, figlio dell’assassinato leader, come nuova Guida Suprema, assecondando la volontà dei Guardiani della Rivoluzione di arroccare lo Stato sui suoi elementi più tenaci e ostili a ogni compromesso.

Danny Citrinowicz dell’Institue for National Security Studies di Tel Aviv nota che in futuro “gli Stati Uniti e Israele potrebbero trovarsi ad affrontare un Iran significativamente più estremista” e che di conseguenza, se così sarà, “il contesto strategico si deteriorerà quasi certamente, anche se il regime stesso rimarrà sottoposto a una pressione enorme”. Il politologo israeliano ricorda che “un Iran più radicalizzato, diffidente e pronto a vendicarsi rappresenta un avversario ben più ostico per qualsiasi accordo”.

Un Iran sempre più radicale si prepara alla guerra lunga

Va in questa direzione l’ipotesi, ad esempio, che a sostituire Larijani possa essere l’ultraconservatore Said Jalili, sconfitto nel 2024 dal presidente Masoud Pezeshkian al voto per l’elezione del nuovo capo dello Stato. Jalili è un radicale che ha già diretto il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale durante il periodo di presidenza di Mahmoud Ahmadinejad che segnò una delle fasi di più acuta contrapposizione del regime verso l’Occidente. Il suo ritorno sul ponte di comando della sicurezza nazionale in tempi di guerra per la Repubblica Islamica vorrebbe dire molto della spinta del regime a portare alle estreme conseguenze il conflitto.

Pragmaticamente, l’Iran ha scelto questa via e ora non ha altra scelta che perseguirla a oltranza: dalle guerre d’attrito difficilmente si torna indietro e l’Iran potrà continuare a reggere quella oggi in corso solo entrando nell’ottica di saper riuscire a sopportare ulteriori colpi come quelli subiti il 17 marzo. Il regime fonda questa prospettiva su tre premesse: l’emersione, in prospettive, di una frangia anti-guerra negli Usa se i costi per Washington dovessero incrementarsi eccessivamente; l’incapacità di Tel Aviv di sostenere, da sola, una guerra d’attrito; l’assenza, soprattutto, di un fronte interno chiamato a contestare il regime. Equazione strategica complessa e non priva di elementi spregiudicati su cui, però, ad oggi il regime debilitato dei mullah fonda le sue prospettive future nella guerra.