Il negoziato c’è e non c’è, la tregua scaduta da due settimane e resa permanente continua mentre nonostante gli stress test (ieri attaccata dagli Usa una petroliera iraniana nel Golfo d’Oman) lo stato di non-guerra tra Usa e Iran perdura mantenendo il Golfo in un limbo. Un mese dopo il cessate il fuoco mediato dal Pakistan, Usa e Iran sono andate più volte vicine alla ripresa degli scontri ma ora Donald Trump nicchia, congela l’operazione “Project Freedom” per forzare il blocco dello Stretto di Hormuz dopo solo 24 ore e, tramite la fidata sponda di Axios, fa trapelare che un accordo con Teheran potrebbe essere a portata di mano. Negoziatori in Pakistan, però, non sembrano essere attesi a breve, l’Iran ha risposto che starebbe valutando una proposta Usa anticipata da Axios che non si capisce in che misura sia diversa dai piani inconcludenti delle due parti discussi nelle scorse settimane e il capo negoziatore, il presidente del parlamento Mohammad Ghalibaf, ha scritto su X che “l’operazione Fidati di Me Fratello è fallita”, come a irridere le profferte di Trump.
Teheran è messa indubbiamente sotto pressione dal contro-blocco di Hormuz da parte americana, da una mordente crisi economica e dai danni subiti nella guerra ma ha ancora moltissime leve. E Trump ha confermato, una volta di più, che Hormuz resta una di queste.
Del resto, la stessa proposta che Barak Ravid di Axios ha rivelato parla chiaramente di un pre-accordo che imporrebbe più un consolidamento dello stato di “non guerra” che una pace vera: il deal “dichiarerebbe la fine della guerra nella regione e l’inizio di un periodo di negoziati di 30 giorni su un accordo dettagliato volto ad aprire lo stretto, limitare il programma nucleare iraniano e revocare le sanzioni statunitensi”. Trump ha bisogno di risultati concreti da presentare prima del programmato viaggio in Cina la prossima settimana, dove si presenterà alla corte di Xi Jinping mirando a trovare un modus vivendi con un Paese attivo nel sostenere l’ipotesi di un cessate il fuoco duraturo, aperto alla de-escalation ma al contempo attenzionato sia come player di riferimento che come obiettivo nella Terza guerra del Golfo.
Si è parlato della guerra come di un tentativo americano di spingere al ribasso le prospettive cinesi di rifornirsi di petrolio ed energia a buon prezzo e di un attacco alla proiezione geoeconomica di Pechino, ma al netto dei risultati americani su dossier quali quello dell’aumento dell’export di energia dalle coste della superpotenza si può dire che l’obiettivo geostrategico di ridisegnare la regione a favore di Washington (e Israele) non è stato centrato. I nodi da sciogliere restano quattro: Washington è disposta ad accettare una situazione che riconosca una non vittoria tattica e una potenziale sconfitta strategica sul campo, compensando su altri fronti (proventi energetici) il conto della guerra? L’Iran è pronto a fare concessioni su alcuni dossier, come il nucleare, o un regime sempre più radicalizzato cercherà di leggere ogni concessione come un potenziale cedimento? Attori terzi come la Cina spingeranno la mediazione dopo la sponda pakistana? E, soprattutto, che Medio Oriente resterà? La notizia che Arabia Saudita e Kuwait avrebbero rifiutato di concedere sponda agli Usa su Project Freedom temendo ritorsioni iraniane dopo che gli Usa avevano incassato dagli Emirati Arabi Uniti la sponda favorevole dell’uscita dall’Opec parla di un contesto in ridefinizione. E che passerà anche dalla possibile pace iraniano-americana, che impatterà su una regione stravolta rispetto al 28 febbraio scorso.
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